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Busa dei Briganti

Busa dei Briganti, Monte-Cinto

La Porta della Busa

Il sole si sporge al mattino a sbirciare dalla sella del monte Cinto, e dopo avergli accarezzato il mantello di castagni spelacchiato qua e là, per indugiare fra le sue falde estreme cariche d’uva, inonda la valle odorante di messe. Sotto i suoi raggi il canale è tutto uno scintillio, e le strade si snodano come nastri grigi, arterie pulsanti di vita, fra la buona terra pezzata di diversi colori, in una serena pace. Tuttavia non sempre le strade furono sicure come ora.
Ci fu un tempo in cui uno, prima d’avventurarvisi, faceva testamento e poi si segnava tre volte. Quel groppo di sassi, a tre quarti del Monte Cinto, era un covo di ladri; dall’altra parte del monte, dove una volta, tanti anni fa fu adorato il dio Silvano. I ladri nella caverna tenevano le loro provviste, fra le quali non mancavano quelle per uccidere; poiché uccidere era il loro mestiere. Nelle notti buie salivano in vetta alle rovine, dapprima abitazione dei Romani, sulle quali poi gli Scaligeri fabbricarono un castello, distrutto da Ezzelino da Romano, figlio del diavolo in forma di carne. Sulla spianata del monte si vedono ancora le buche dove i furfanti fabbricavano la polvere. S’erano ferrati le scarpe coi chiodi abbandonati dai soldati di Ezzelino, e lesti come caprioli, giù per quel canalone si precipitavano al piano, per calare sui malcapitati viandanti; e non solo di notte, ma anche in pieno giorno. Nessuno più era sicuro. I paesani, per vivere tranquilli e veder riposare in sicurezza le loro creature nelle culle, non trovarono di meglio che tenere a bada i furfanti. Questa convenuta tacita rete di silenzio – protezione dei deboli – durava da molti anni. Il governo di allora, per sradicare la mala pianta, non trovò altro mezzo che ricorrere a estremi rimedi e radicali, com’era suo costume, e questa volta giustificato. Nel 1848 Radetzsky istituì il giudizio statuario; si fecero delle battute e ne furono presi tanti… Perché non solo qui, ma i ladri abitavano tutto il paese, né si sapeva mai se ci s’incontrava con un galantuomo o con un brigante. Le cose andavano avanti. Il dottor X di Este aveva al suo servizio un cocchiere del quale non poteva che lodarsi. Un giorno ch’egli doveva per certa sua visita recarsi a Vescovana, la sua “timonella” fui assalita da tre banditi, e il povero dottore avrebbe passato un brutto quarto d’ora se il cocchiere, ch’era poi il capo della banda, non avesse detto: “Quieti ragazzi, lasciate stare il dottore!” . Come cani frustrati se ne partirono; ma il dottore che s’era sentito già morto comprese che l’aveva scapolata bella per merito del capo dei briganti, il quale si voltò e disse: “Niente paura, paron. Mi prometta che non parlerà con anima viva prima di tre giorni, e io lascerò la sua casa. Le voglio bene e nessuno deve toccarla”. Il povero dottore avrebbe avuto più bisogno lui del medico che i suoi clienti, e si può immaginare se serbò il silenzio! Dicevano anzi che si mise a letto e non volle vedere alcuno, non solo per tre giorni, ma per una settimana.
busa-dei-brigantiIntanto s’era fatta, come dissi, una grande battuta e il cocchiere se l’era svignata, lasciando un vuoto grande e una più grande paura. Sfuggito ai briganti, il dottore X ebbe parecchie noie dai gendarmi che, risaputa, non si sa come, la cosa, lo accusarono di connivenza coi rei. E ce ne volle per provare la sua innocenza! Fra i briganti e i gendarmi s’iniziò una lotta terribile, che finì con lo sterminio dei primi il 15 marzo 1856: 100 impiccati sulla piazza d’Este! Questa l’ultima retata… Ma erano tutti morti? E il cocchiere del dottor X?
Forse per quell’atto di buon cuore Dio lo risparmiò. Era un di quelli che abitavano il “buso” dei ladri. Rami e cespugli nascondevano l’entrata e lo nascondono anche adesso, e lui vi si ficcò in mezzo. Dicono che avesse una moglie alla quale voleva un gran bene. Anche i briganti hanno il loro lato buono. Questa visse con lui nella caverna qual tanto che bastò per convertirlo… L’amore, unito a tutti quei colleghi penzoloni là di Este, gli fece cambiar vita. A poco per volta divenne la provvidenza di questi luoghi, e i chiodi del figlio del diavolo lo portarono giù dal costone per opera di bene. Curava gli infermi, aiutava le vedove e gli orfani nel lavoro del campiello, e soprattutto pregava.
Nelle notti lunari lo si vedeva sulla cima del sasso con le braccia in croce, così grande da non parer più lui. Qualche volta si scorgeva l’abbassarsi di una ala bianca, come l’afflosciare di una grande camicia o di una nuvola che svanisce. Fatto sta che l’uomo oramai era diventato buono, più buono di tutti gli abitanti della valle. S’era fatto vecchio vecchio, con una barba bianca. Molte vole le donne gliene chiedevano qualche pelo per tesserlo con la canapa, e la tela diventava una meraviglia! E la barba cresceva sempre più!Impiccagione dei Briganti, Este

…Continua…

Parte Seconda

Ora bisogna sapere che all’epoca in cui ognuno ficcava il naso in casa nostra, gli Spagnoli erano stati costretti a deporre e seppellire i tesori rubacchiati qua e là, a mezza costa del monte di Lozzo, quello di fronte al Cinto. Da allora molti avevano sterrato inutilmente. Per fortuna del monte di Lozzo, soltanto il Venerdì e il Sabato Santo si rompe l’incantesimo, e il tesoro si può trovare. Ma come si fa in due sole notti dell’anno a mettere le mani sul punto giusto? Ci vorrebbe un Santo che lo dicesse. Un Santo? E’ presto fatto. Corse la voce che il solitario del “buso” dei ladri, fosse il Santo adatto, e così parecchi, all’insaputa l’uno dell’altro, salirono il monte, tanto che l’antico brigante pareva un ministro. Da prima egli si schermì, dicendo che non sapeva nulla. Ma poi, insistendo uno più scaltro degli altri, riuscì a cavagli la promessa che avrebbe pregato…
Il Santo rimase solo per pochi giorni, e si sentì felice! In quei tre giorni pregò tanto da aprire i cieli… Una voce scese e gli domandò se era certo di fare la felicità del prossimo rivelando il posto del tesoro.. dal quale, manco a dirlo, un po’ perché era stato brigante, un po’ perché al momento presente era Santo, conosceva benissimo il nascondiglio. Dopo tre giorni, invece del più furbo, si trovò a dover ricevere tutti… Come s’era sparsa la voce dei tre giorni di preghiera? Nulla di quello che è pronunciato anche a bassa voce resta segreto; un pensiero espresso diviene materia. Il povero Eremita deciso a non rivelare nulla, proprio per il bene dell’umanità, disse che l’oro non fa felici, che il più grande tesoro consiste nella bontà, che ognuno di noi può possedere, e nella preghiera; che anche a lui peccatore Dio aveva dato la pace, e si trovava contento. Ma la gente non voleva intendere la predica, e se la porta del buso dei ladri non fosse stata aperta il novello Santo sarebbe finito lapidato come Santo Stefano. Ebbero un bell’inseguirlo nella caverna: i più ardimentosi dopo pochi passi, caddero fra le pietre guaendo come cani, e fu l’Eremita che li rimise alla luce. Ma l’uomo, quando si tratta di denari, non ha tregua e non la lascia. Perciò al povero ex brigante furono concessi altri tre giorni di preghiera perché pensasse ai casi suoi. Dopo dei quali, eccoteli di nuovo accaniti… Stavolta l’Eremita disse che avrebbe rivelato il segreto. Difatti, con particolari precisi, indicò il tesoro, nascosto sopra la “priora” nel terreno vicino al ciliegio. Nessuno voleva saper di più, e in un batter d’occhio egli non vide che suole di scarpe…
“Ehi, amici, sentite voltatevi, se volete proprio trovarlo!” All’ultima parola riapparvero le facce… “Dovete aspettare il Sabato Santo, far tre giorni di digiuno, essere puri e spartirvi il tesoro senza baruffe, se no il denaro si cambierà in carboni”. Tutti si guardarono esterrefatti: Al Sabato Santo mancavano tre settimane, e tutti si diedero alla più gran devozione. Invece di tre giorni digiunarono tre settimane, da sembrare cavallette del deserto. Poi con grande scrupolo si rimiravano l’anima per scoprire s’era pura. Venuta la notte del Venerdì al Sabato Santo, in processione, salmodiando, perché nessuno poteva scavare all’insaputa degli altri, salirono alla “priora” muniti di cinque badili con le pale simpatico-calamitate. Il parroco segnò un circolo, dov’essi gettarono le pale e poi s’incominciò a scavare. Fecero una capacissima buca: sassi, e nulla più. Incominciavano a rumoreggiare contro il Santo, quando, all’urto di un piccone, si sentì un tintinnio metallico… Sbiancati in volto e guardandosi l’un l’altro, scavarono alacremente. “Piano, dicevano, che non rompiamo la pignatta…” Difatti poco dopo apparve un manico e subito un coperchio. Una pazza gioia s’impossessò di tutti, quando scorsero non una pignatta ma una marmitta così grande che per quanti sforzi facessero, non riuscirono a tirarla fuori. E’ piena d’oro, pensarono, e come pesa! Allora, guardandosi un po’ in cagnesco, fecero la proposta di scoperchiarla e divider lì tutto. Diversi erano i pareri. Le donne dicevano ch’era meglio andar giù per i buoi, e fatto una argano metterli al tiro. E tira e molla, poiché anche il parroco del paese era di quest’avviso (forse pensando allo scompiglio che sarebbe successo alla vista dell’oro là su quel pendio), si decise d’andare per i buoi. Si liberò il pentolone dalla terra circostante, si costruì una specie d’argano, vi si passò una corda, e i buoi tira, tira! Finalmente, quando Dio volle, sollevarono il pentolone e, come se avessero dissotterrato un amico, da morte a vita, lo portarono giù sulla piazza del paese. Qui il parroco fece un po’ d’ordine, e si scoprì il pentolone. Il coperchio aprendosi fece ciach con tanta veemenza che alcuni coraggiosi, credendo che fosse scoppiato, se la dettero a gambe… Invece fu un balzare di monete d’oro, verdi dal tempo, di lingotti d’oro verdi anche quelli. Tutti accorrevano come assetati ad una fonte. “Pazienza, figlioli, facciamo le cose per bene – badava a dire il parroco. Sapete che se no tutto si tramuta in carbone”. A questo monito i valligiani diventarono altrettanti santi. Il parroco cominciò a contare facendo la distribuzione, interrompendo il conteggio per dire “Dio si vede”, e con quest’ammonimento le cose procedettero abbastanza bene. Malgrado ciò, delle spinte ce ne furono parecchie, ed una povera vecchierella tutta in pianto riuscì solo assai tardi ad avere poche monete. Si fecero falò di gioia, si bruciarono fascine, fiori, tutto quello che si riusciva a trovare. Le prime luci dell’alba trovarono ancora parecchi là che, dopo la penitenza, si digiunavano abbondantemente nelle osterie, bevendo ancor di più. Vi furono anche delle risse, perché ognuno pretendeva di essere stato defraudato.

Panoramica-Busa-dei-BrigantiIl giorno seguente non si vide un’anima in paese. Tutti smaltivano la sbornia nei rispettivi letti, e soltanto verso sera la vita ebbe una ripresa. Si videro certe facce lunghe, patibolari da far pensare alle anime dei briganti impiccati. Tutti andavano per i fatti loro. Come per incanto si trovarono alla porta del buso dei ladri con dei fagottini in mano, chiamando ad alta voce l’eremita. Buono come era, accorse ai richiami. Quasi si trattasse di confessarsi, ognuno voleva parlargli in segreto. Egli ascoltò pazientemente uno alla volta. E uno alla volta uscivano dalla bocca della caverna con un viso sconsolato. Vedendo l’Eremita che non gli sarebbe bastata la notte, ebbe un’idea luminosa. Si pose sul punto più alto delle rocce, e con voce sonora e ferma arringò tutti: “Vi avevo ingiunto di digiunare e di conservarvi puri, se no il tesoro si sarebbe mutato in carboni. Voi avete fatto tutto ciò fino allo scoprimento del tesoro. Poi vi siete rimpinzati trasmodando, per rincasare tutti ubriachi fradici. Vi fu chi cercò di portar via il tesoro agli altri. Così esso s’è tramutato in carboni. E vi meravigliate? Fra voi manca la Gigia, la povera vecchietta che visse e vive pura col cuore distaccato dai beni terreni. A lei, voi avete conteso il denaro. Ora andate a vedere se il poco che le avete concesso è ancora oro sonante. Non toccate però né lei né il suo oro, rimarreste inceneriti”. Tutti giù a rompicollo, con la rabbia nel cuore. La Gigia, acceso il suo lumicino, stava per andare a letto, quando capitò la staffetta di quell’esercito di energumeni.
“Dite un po’, Gigia, che cosa farete dell’oro avuto?”
“Io? Una parte alla Madonna, un’altra ai più poveri di me, e la terza parte me la terrò per i miei bisogni. Un po’ di cibo migliore…”
“Ma lo avete guardato oggi?”
“Se l’ho guardato? La Madonna ha già avuto la sua parte; il resto è li bello sonante che aspetta i poveri e me”.
“Buona notte, nonna Gigia, buona notte!”. E tutti se ne partirono scornati.
Il male fu che la Gigia, l’unica che poteva conservarlo, ne avesse avuto così poco!
In questo modo sfumò il tesoro degli Spagnoli.
Dopo qualche tempo l’Eremita, carico di anni, e a quel che pare anche di meriti, fu trovato morto sul limitare della porta del buso dei ladri. Un albero fiorì a quel posto, un mandorlo. Ed è il primo che s’imbianca ogni primavera.

Sellida Ilvaro, Leggende Euganee, Bologna 1941.

Il Testo integrale è consultabile presso la Biblioteca Comunale di Este