Home » Colli Euganei » Luoghi da Visitare » Siti Archeologici » L’impianto di Captazione Romano dell’ Acqua al Buso della Casara

L’impianto di Captazione Romano dell’ Acqua al Buso della Casara

L’impianto di Captazione Romano
dell’ Acqua al Buso della Casara

Che cosa sappiamo delle sorgenti d’acqua e della gestione delle risorse idriche dei Colli Euganei in epoca romana? Veri e propri stabilimenti termali, complessi articolati in vasche e altre evidenze architettonico-monumentali (tra cui anche strutture complementari, come edifici destinati a spettacoli teatrali), furono costruiti in età romano-imperiale nei siti di Abano e Montegrotto, in antico noti come Patavini Fontes. Ci testimoniano sino dall’antichità la ricchezza di un aspetto molto specifico del nostro patrimonio idrogeologico, che a giudicare dall’abbondanza di testimonianze storiche, archeologiche e letterarie è il più noto e meglio documentabile: infatti, il termalismo euganeo è stato sfruttato e celebrato nei secoli per l’abbondanza e la qualità delle sue acque.

punto-dincontro-tra-due-tratti

Il funzionamento di simili impianti si affidava alla sapiente progettazione di soluzioni di approvvigionamento e di reti di adduzione. In questa occasione ci interessiamo alla captazione dell’acqua potabile da polle e sorgenti spontanee e al suo convogliamento in una rete acquedottistica. Condutture e altre strutture testimoniano infatti l’esistenza di un acquedotto romano, un sistema progettato per lo sfruttamento e la distribuzione dell’acqua del bacino euganeo ai principali centri cittadini (Este, Abano- Montegrotto e Padova).
Va premesso che gli studi sugli acquedotti romani si fondano non solo sulla raccolta delle testimonianze storico-letterarie e sulla catalogazione della documentazione archeologica (manufatti, iscrizioni, ponti, archi, tubi, elementi singoli e tratti di condutture, ecc.), ma considerano una vasta panoramica di elementi relativi alla topografia e alla geomorfologia dei luoghi, e di conseguenza alle scelte progettuali e alla tecnica costruttiva. Pur considerando i limiti imposti dalla frammentarietà delle evidenze alla ricostruzione dettagliata del percorso delle linee delle condotte idriche, le ricerche svolte negli ultimi vent’anni da Paola Zanovello indicano Este (Ateste) e Padova (Patavium) come i due poli di sfruttamento del bacino idrologico euganeo.

particolare-coperture-con-mattoni-disposti-alla-cappuccina

Tale ripartizione non si fonda su una precisa attestazione in antico di due sistemi intitolati ai due siti, ma sulla corretta interpretazione dei ritrovamenti nel territorio in rapporto alla distribuzione delle sorgenti fredde e ai versanti di deflusso delle acque dalle falde collinari. Dunque, due distinte linee acquedottistiche rifornivano il versante occidentale (acquedotto atestino: Valnogaredo, Faedo, Fontanafredda, Cinto, Valle S. Giorgio, Rivadolmo, Lozzo Atestino, Este) e orientale (acquedotto patavino/aponense: Montemerlo, Torreglia, Montegrotto, Abano e Padova, verosimilmente ricongiungendosi all’acquedotto cittadino alla Mandria).
Riferendoci più da vicino alla realtà immediata dei contesti, si considerano indizi eloquenti di questo percorso i ritrovamenti (occasionali e numerosissimi) di elementi di tubatura cilindrici realizzati in trachite euganea, calcare o meno frequentemente in terracotta, e la scoperta (più eccezionale ma ben documentata) di antichi sistemi di captazione dalle sorgenti.
Tra questi, il più complesso è il sito noto come “Buso della Casara”, dall’omonima località in Valnogaredo di Cinto Euganeo.


Si tratta di una serie di cunicoli ipogei convergenti, scoperti nel 1896 dal direttore del Museo di Este Alessandro Prosdocimi durante un sopralluogo alla sorgente. Ci troviamo ai piedi del monte Vendevolo, lungo il margine nord della via Sassoni/ via Forestana. Il nome del sito deriva dall’andito d’accesso alla cavità nella parete del monte (il “buso”), nelle cui vicinanze doveva essere un tempo un casolare (la “casara”). Altrimenti, un differente toponimo, meno noto ma riferito dallo stesso Prosdocimi come “Buso della Casura”, ci tramanderebbe la presenza in antico di un “taglio”: resta da chiarire comunque se vada riferito alle tracce di una cava nella parete rocciosa o ad una porzione di macchia boscata.

Resti-muretti-laterali-dello-speco-

Tuttavia, l’aspetto del luogo oggi non ci rivela molto della sua complessità e del fascino che ha prodotto nei secoli nella fantasia popolare e, comprensibilmente, sul suo illustre scopritore. L’area, un tempo accessibile, è oggi fruibile solo esternamente. Dalla strada si giunge allo sbocco esterno del cunicolo e sino ai Resti dei muretti laterali dello speco Tratto a sezione ribassata Interno dello speco resti di un vecchio lavatoio, caduto in disuso con la realizzazione dell’acquedotto moderno. In questo settore non si osservano tracce di strutture antiche: una poderosa massicciata di trachite, a contenimento della parete rocciosa presso la cascatella del Calto, e una muratura di contenimento recano tracce evidenti di restauri e consolidamenti; un cancello metallico chiude l’imbocco delle gallerie. In passato, alcuni certamente si cimentarono nel percorso, ma raramente si addentrarono oltre i primi 40 m, anche a causa delle esalazioni solforose. Ci affidiamo dunque al resoconto del Prosdocimi (che descrive di averne percorso il tratto iniziale a carponi), integrandolo con le relazioni di svariati sopralluoghi tecnici tra gli anni Settanta e Novanta e soprattutto con i risultati delle ricerche condotte dalla Zanovello.

Una rete sotterranea di cunicoli, percorribili con fatica a causa della quantità di terreno e di detriti di roccia riversatisi all’interno, attraversa da ovest verso E/NE il sottosuolo del complesso Venda-Vendevolo, compiendo anse e snodi. I rilievi topografici condotti dal Gruppo Speleologico Padovano CAI (1999-2001) hanno aggiunto ulteriori elementi sulla conoscenza del percorso ipogeo, che copre una distanza complessiva di circa 170 m, mantenendosi entro quota altimetrica compresa tra 200 e 210 m s.l.m (la quota all’ingresso è 219 m s.l.m). Sinora è stata rilevata la presenza di 7 condotti scavati nella roccia di dimensioni variabili (ampiezza circa 1,3-5 m; altezza compresa tra 1,4 e 3,3 m), 1 pozzo di accesso verticale con sezione ad imbuto (nel settore occidentale) e 5 sorgenti.

Si identificano due distinte aree di captazione, connesse da una galleria di raccordo lunga una cinquantina di metri; quella ad est è la più ricca di acqua (comprende le tre sorgenti di portata maggiore). Ciascun segmento di galleria ha un orientamento differente ed afferisce ad uno slargo di raccordo tra le varie diramazioni (grotta o “camaròn”). Alcuni di questi condotti ipogei presentano una volta ribassata, altri rivestita in mattoni. Due spallette di muro si addossano alla base delle pareti verticali dello speco, forse con funzione di rinforzo ai settori in cui la roccia è più friabile, oppure per convogliare lo scorrimento dell’acqua, sotto una copertura di laterizi. Non è presente alcuna superficie di rivestimento delle pareti rocciose, perciò i segni delle picconature e delle scalpellature sono ben evidenti; in alcuni casi, queste tracce sono state messe in relazione all’avanzamento dei lavori di scavo, con interventi di raccordo tra un settore e l’altro. Si è ipotizzato che distinte squadre di operai procedessero dai due versanti opposti allo scavo della galleria di raccordo (una volta individuate le sorgenti di captazione): l’una dallo sbocco esterno della sorgente, presso il calto, e l’altra proveniente dal versante orientale e, attraverso il pozzo, sino a convergere con la prima.

Le pareti del condotto ipogeo conservano anche le nicchie per le lucerne di servizio, poste a distanze regolari. Nel corso delle esplorazioni degli anni Settanta è stata recuperata una barchetta lignea ricavata da una sezione unica di un tronco incavato (lunghezza 106 cm), con fori passanti a prua e a poppa e tracce di riparazione (per mezzo di chodi); l’ipotesi più verosimile è che si tratti di un mezzo di servizio per lavori di manutenzione. Questo complesso sistema di captazione di sorgenti in grotta connesso ad una rete di cunicoli ipogei convergenti e progettato per convogliare l’acqua in un unico canale di uscita (sbocco nel settore occidentale), è una delle più eccezionali opere idrauliche di epoca romana in tutto il Veneto (gli unici confronti noti nell’Italia settentrionale sono le gallerie sotterranee degli acquedotti romani di Asolo e Bologna).

 Chiara Marattini

Bibliografia

P. Zanovello, “Aqua Atestina, Aqua Patavina- Sorgenti e acquedotti romani nel territorio dei Colli Euganei”, Padova 1997.
P. Zanovello, “L’approvvigionamento idrico di Ateste” in R. Bedon (a cura di), “Les aqueducs de la Gaule romaine et des régions voisines”, pp. 659-690, Limoges 1997.
A. Menin, “La sorgente – collettore del Buso della Casara a Cinto Euganeo (PD): un pezzo di storia idraulica romana sopravvissuta nel territorio collinare Atestino”, Speleologia Veneta 20, 2012, pp. 59-80.

Centro di Cultura La Medusa
Este via G. Garibaldi, 23
centroculturalelamedusa.wordpress.com

Buso dea Casara
Via Forestana,
Valnogaredo di  Cinto Euganeo PD