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Un Frutto ricco di Storia e di Significati: la Castagna

Castagne

Un Frutto ricco di Storia e di Significati: la Castagna

In tutta l’Italia del Nord, dal Piemonte alle Venezie, i frutti del castagno (Castanea sativa) sono stati, e sono, alimento popolare prezioso. Raccontare la storia di questa pianta preistorica e classica delle regioni mediterranee, le cui varietà coltivate giungevano dall’Asia, è un’occasione per parlare di una pianta e di un frutto che potremmo chiamare di civiltà, nel senso che ha connotato profondamente la storia dei luoghi e dell’immaginario, popolando i ricordi ed entrando anche nei simboli.

Se vino ed olio sono le due colture principali dei Colli Euganei, tipica è anche la coltivazione del castagno della cui tradizione ci conferma Plinio il Vecchio (Storia naturale, XXXI, 3). Il grande naturalista latino ricorda come l’introduzione del castagno finisse per sostituire quasi completamente il faggio, facendosi preferire per il frutto e per il legno.

Castagneto

In età medievale la selvicoltura sembra aver conosciuto uno sviluppo di ragguardevole portata, smentendo coloro che pensano ancor oggi che l’età di mezzo sia stata solo un periodo di regresso culturale ed economico.

Da albero selvatico, quale generalmente era in epoca antica, cominciò ad essere selezionato, innestato e, per così dire, “civilizzato”, diventando dal Basso Medioevo il perno della sussistenza alimentare per tanta popolazione di montagna.

Castagne

L’associazione stretta fra la montagna e il frutto è testimoniata già nel secolo XIII dall’Anonimo genovese, un poeta conosciuto anche col nome di Luchetto, secondo il quale l’uso di chi va per i monti di mangiar castagne accompagnate con vino aspro, determinerebbe un disturbo della digestione: quello del “sonar la trombetta”, come dice Dante. Cibo rozzo, panorami montani, acidità, ventosità: già questi elementi basterebbero a render conto del ruolo del frutto nell’immaginario. Come tutti i cibi, dunque, anche la castagna ha una propria “personalità sociale”, ponendosi tra gli alimenti preferiti dei contadini e della gente di montagna. A questa gente ignobile, ignara di “creanze” e praticante un rozzo “galateo alla riversa”, la provvidenziale natura aveva riservato alimenti altrettanto ignobili.

Castagne

Teofilo Folengo, benedettino mantovano del primo Cinquecento, monaco inquieto e girovago, che soggiornò per qualche tempo anche nel monastero padovano di Santa Giustina, sosteneva che la castagna, come la polenta, invano si cercherebbe fra le vivande della cucina di Giove o dei banchetti di Parigi. E ancora nel primo Settecento il francescano, teologo e poeta, accanito viaggiatore nell’Italia centrale ma con puntate anche nel Veneto, a dorso del “cavallo di san Francesco”, quel Francesco Moneti, al quale si attribuisce il conio della parola più lunga della lingua italiana (precipitevolissimevolmente), così scriveva a proposito delle castagne, proponendoci le sue conclusioni antropologiche:

I castagnacci sono un cibo vilissimo, che serve per vitto di gente rozza abitatrice delle montagne, e di tutti quei villani che non hanno comodità di fare il pan bianco col grano… In somma il castagnaccio è una delicata vivanda per coloro che hanno un poco meno dell’esser umano e un poco piú dell’esser bestiale, tra quali più la fame che la discrezione si fa conoscere.

Come farmaco se ne occupa il Tacuinum Sanitatis, una sorta di enciclopedia del sapere medico medievale che cercava nei cibi qualità terapeutiche: la castagna è calda in primo grado, secca in secondo (è un cibo, quindi, adatto a correggere i mali dell’inverno e della vecchiaia, che derivano da freddezza e umidità). Essa è molto nutritiva e favorisce il coito; ma gonfia e dà emicrania: guai evitati se si fa bollire in acqua. Il medico e botanico del ‘500 Castor Durante nel suo Tesoro della Sanità sostiene similmente che la castagna è buona per i temperamenti umidi: cura il catarro e in genere le affezioni delle vie respiratorie che sono di natura freddo-umida e quindi ad essa opposte. E ancora ai tempi dei nostri nonni la consuetudine di tenere una castagna in tasca come rimedio contro il raffreddore probabilmente si collegava a queste credenze risalenti alla medicina galenica.

Castagne

Con le castagne si facevano anche torte, biscotti, minestre ed un tipico dolce autunnale, il castagnaccio (con farina, appunto, di castagne, zucchero, uva passa, pinoli, olio d’oliva). Ma con essa si poteva fare anche il pane e all’epoca della grande fame che ha attraversato l’Europa della prima età moderna, la castagna non è tra i peggiori ingredienti: da essa si otteneva un pane bruno e dolciastro, apprezzato e nutriente.

Non solo ha salvato dalla fame generazioni di contadini ma ha anche nutrito i ricordi d’infanzia, di quando si andava alle Fiere (quella del Tresto o a quella di Bresseo, davanti alla Villa Cavalli) e con qualche soldo si compravano le caldarroste calde e, ancora, quando, tenute in tasca, ci si scaldava le mani al ritorno da scuola.

Sergio Giorato