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Ea Carega del Diavolo, Leggende dei Colli Euganei

Convento-di-Salarola
Ea Carega del Diavolo

Scendeva col passo lungo e cadenzato del montanaro, premendo col tallone la terra cretosa, che al colpo deciso si sgretolava. Lasciato Calaone, dal campanile appuntito, pastore vigilante il poco gregge delle sue case, giù per il sentierolo che serpeggiava scendendo sotto la “Carega del Diavolo”, in poche ore, attraverso la valle e scavalcando il monte, sarebbe giunto ad Arquà, a casa sua, dopo essersi immerso nelle fredde ombre dei castagni.
Tonio si sentiva baldo e felice. Tutto finora gli era andato a gonfie vele; la dolcezza della sua donna l’attirava e il pensiero gli correva con tranquilla sicurezza al futuro, cosa che accade quando il passato non è stato tale da renderci scettici. Era insomma nella felice disposizione di spirito di chi è soddisfatto per aver raggiunto tutte le possibili gioie terrene.
Tutto ad un tratto con la mano si coprì gli occhi per ripararsi da qualche cosa che gli balenò davanti: un quadratino di luce guizzante, ripercossa poi a sbalzi sul verde di contro.
Fu un attimo. Tonio riprese il cammino fischiettando allegramente. Ma, fatti appena pochi passi, il luccichio l’abbagliò di nuovo. Questa volta si guardò attorno arrestandosi perplesso. Tranne il ripercuotersi rapido e fuggevole della luce sul verde, non vide nulla. Allora alzò lo sguardo alla “Carega del Diavolo”, scoglio rachitico sempre nero. E le strane fole sentite da bambino gli tornarono vive alla mente.
“E via! Un uomo come me con la testa solida, non deve avere paura del diavolo!”. Riprese il cammino in silenzio, affrettando il passo. Non aveva raggiunta la valle, quando un nuovo barbaglio, simile a quel tremolante bagliore che nel Veneto è chiamato strigheta, l’accecò quasi. Alzò minaccioso occhi e pugni alla “Carega del Diavolo”. Ma fu un attimo: dopo non vide che buio!
Eppure gli pareva che proprio di là fosse mosso lo specchietto per frugare intorno, come alla ricerca di qualche cosa o di qualcuno. Stava per riprendere, pensieroso il cammino, quando sentì una voce: “Buon uomo, ho smarrito la strada: vorreste venirmi in aiuto? – e una bella creatura, dagli occhi imploranti, sbucò da un bosco che in quel punto fiancheggiava il sentiero.
A quell’epoca trovare in un luogo solitario una donna sola non era cosa di tutti i giorni, come adesso; e Tonio si commosse, proferendosi di aiutarla. In breve ella gli narrò come, mentre andava da suo marito che abitava oltre Este, gli uomini di scorta l’avessero derubata e percossa. Tramortita dallo spavento, creduta morta, l’avevano abbandonata, uccidendo le damigelle che l’accompagnavano.
Così Tonio, che, sebbene contadino aveva l’animo cavalleresco, rifece la strada sostenendo la pellegrina nei passi malagevoli. Larghe e folte chiazze gialle di ginestra profumavano l’aria intorno, e i dolci occhi della narratrice strillavano lacrime. Era impaziente di giungere a casa sua, ma non ne poteva più, tanto che Tonio le propose di chiedere asilo per la notte al convento di Salarola, che si profilava isolato come un altare, su un piccolo poggio vicino. A una simile proposta la donna si schermì, dichiarando che anche morta, doveva essere a casa prima di sera.
Attraversarono un bosco di castagni le cui larghe foglie tremolavano alla lieve brezza. Ripreso il cammino, giunsero a Calaone, sella verdeggiante fra il monte Castellano e il monte Cero, dove le torri, con il ben munito castello Estense, rompevano cupe la distesa azzurra del cielo. Fatta una breve sosta all’ombra del castagno secolare, dalla quale San Prosdocimo, secondo una pia tradizione, irradiò la luce della verità, i due viandanti, dopo la pausa, ripresero il cammino, infilando la discesa verso Este. La donna, sempre più stanca, doveva sostare sempre più spesso, così che furono a Este dopo il meriggio.
“Non avviciniamoci al “Castello”, implorò. Temo di incontrare quei ladroni, che non lascerebbero vivi né ne, né voi”. Per vie nascoste entrarono nel folto d’una macchia, alla volta di Vescovana, che già annottava. Le ombre si addensavano nella livida, incerta atmosfera. Penetrati poi in un canneto, ogni passo li denunciava, con uno scricchiolio secco, che si ripercuoteva nel silenzio del crepuscolo. Poi le canne si ricongiungevano e in quel bacio violento, che il leggero fruscio dell’aria ripeteva più lievemente, e nel brivido dell’imminente frescura notturna, incombeva un mistero, che faceva allibire lei nel terrore di essere inseguita, e la costringeva ad appoggiarsi a Tonio senza più respiro. Tonio nel ricongiungersi delle canne sentiva il sussurro di una parola ripetuta in tutti i toni: “Và, va…”.
Si guardava attorno se non fossero le voci della scorta, o un esercito di anime che lo ammonissero, lo minacciassero, come fosse un animale braccato.
Tutto gli sembrava un groviglio di corpi palpitanti sotto i piedi; uno strisciar di serpi che avanzassero serrandoli in un anello di fuoco… Un bisbigliar di voci… Un “crach” caduto come una fucilata in quell’andare da selvaggina, li fece correre sbandati. Il “crach” fu seguito da uno, da due altri, infine da un coro ineguale. Era la voce rauca di una rana, che rivolgeva ai rospi fratelli il suo lamento… era un coro di rane. Tonio non ebbe il tempo di ridere della sua paura, che la donna si abbattè al suolo affranta. La stanchezza e l’emozione l’avevano fatta vacillare e cadere pesantemente a terra, priva di sensi.
Mentre Tonio, sempre più preso di pietà per la poveretta, si sforzava di farla rinvenire, si ricordò d’una capannuccia poco discosta, che gli aveva servito qualche volta da riparo per la notte, quando andava a vendere il grano. Con infinite precauzioni sollevò la donna da terra, e , presala in braccio, ve la portò, adagiandola sulla paglia. A muoverla di là non c’era neanche da pensarci.
Così la luna, penetrando per la piccola porta, potè accarezzare la bella testa abbandonata. Tonio ebbe invidia della luna e istintivamente si provò di fare altrettanto. Alle sue carezze rispose uno scoppio di lacrime, e fra i singhiozzi la donna narrò come, giunta a casa, s’aspettasse d’essere battuta dal marito, che l’avrebbe resa responsabile d’ogni malanno e del ritardato ritorno.
“Che cosa ne sarà di me quando mi vedrà domani? Lui non intende ragione! Oh! Se fosse come voi” gemette. ”Invece mio marito è violento e brutale!”.
“Vi accompagnerò io, non abbiate paura, gli spiegherò ogni cosa!”.
* * *
Il sole sorse al mattino, occhieggiando meravigliato, dal pertugio della porta nella capannuccia. Quel raggio di sole svegliò Tonio che si guardò intorno e vedendosi solo, uscì correndo disperatamente in cerca della donna.
Quella notte lo aveva reso un altro uomo, dal pensiero arroventato in un unico desiderio.
La brutalità come maglio pesante cadde su lui con il primo impeto dei sensi, cancellando ogni altro affetto. Quando poi, come da un mare di nebbia, affiorò il ricordo della sua casetta, e il mite sorriso della sua donna s’insinuò nel suo cuore, invano il povero Tonio stese le mani per afferrarle; serpi attorcigliate lo serravano sempre più; come là sul canneto, sprazzi di luce si succedevano a lunghe tenebre, sempre più lunghe, e la nebbia svelando e scoprendo a tratti ogni cosa tutto invase e tutto sommerse, finchè la sua coscienza, la sua personalità furono inghiottite. I suoi occhi non videro più nulla, le sue mani, brancicanti nel buio, non toccarono più nulla, cadde giù, sempre più giù; in lui e intorno a lui non restò, mostro dalle fauci ardenti, assetate, che il peccato. Il giorno presente segnava il destino del giorno futuro, e così vissero insieme come due demoni,
Secondo la tradizione il marito cattivo non esisteva che nella fantasia della donna, sorta della strigheta abbarbagliante sensi e cuore dell’uomo, fra diavolo e femminilità stritolando ogni resistenza.
Tonio fu una della prime vittime di Culsu, demone femminile etrusco, l’unico Etrusco penetrato fra noi, che così brillantemente aveva preso possesso, per regnarvi il suo secolo, della “Carega del Diavolo”, rocca forte, dalla quale ogni cent’anni esercitava il suo potere un demonio nuovo. Lo spirito del male, sotto orribili forme umane, le gambe penzoloni, sedeva sullo scoglio, spostandosi vertiginosamente, così che pareva sempre in diverse pose sulla stessa “carega”.

Con scaltrezza e intuito femminile si serviva di piccole cose. Arma preferita uno specchietto, col quale abbacinava occhi, mente e cuore per trascinare a sé i malcapitati.
La triste teoria di regni, fu superata da questo demonio femminile, il più pernicioso a memoria d’uomo.
E da allora il piccolo specchio, l’innocua strigheta, gioco da fanciulli, sempre più ardita, s’insinuò ovunque trionfante, e la brezza narrava al vento e il vento portava lontano sulle sue ali il cupo terrore, penetrando in ogni casolare con un brivido, al quale nessuno sfuggiva. Ma da oriente un venticello sommesso mormorava che la “Carega del Diavolo” si sarebbe illuminata un giorno.

Sellida Ilvaro, Leggende Euganee, Bologna 1941