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Luigi Masin Il Colpo dell’Artigiano

Luigi Masin

Luigi Masin,
Il Colpo dell’Artigiano

Dalla metà del 1800 a Montegrotto Terme l’economia del territorio è caratterizzata prevalentemente dall’attività estrattiva nelle cave, dove trovano occupazione la maggior parte degli abitanti della cittadina e della fazione di Turri. Dopo la crisi delle due guerre il lavoro in cava assume sempre maggiore importanza, tanto da creare figure specializzate nella mano d’opera, richieste ancora oggi in tutto il territorio italiano. Nella metà degli anni 50, tra gli artigiani impegnati nel lavoro nelle cave, c’è anche un ragazzino di 8 anni che durante le vacanze estive e nel dopo scuola fa gavetta come scalpellino, cercando di carpire gli insegnamenti degli artigiani.

Luigi Masin figlio di Germano, uno dei più bravi artigiani della pietra del territorio, a 14 anni segue le orme del padre e viene assunto in regola presso la Cava Donà, dove comincia il suo apprendistato di 8 ore al giorno, incluso il sabato: «Quando eravamo in cava e scoppiavano le mine, dovevamo metterci subito al riparo, volavano detriti, esplodevano pietre… ed una nuvola di polvere riempiva l’aria. Poi dai grandi massi si sceglievano le vene giuste e noi, con bucciarda, scalpello e martello, trasformavamo la trachite in progetti su ordinazione, come scalini sagomati e davanzali».

Il lavoro in cava comincia alle sei del mattino tra il freddo e gli ultimi bagliori della notte: «Mio padre partiva per primo, portava lui la merenda anche per noi, con dell’acqua bollente teneva in calda la polenta, ed a metà mattina la mangiavamo assieme al salame, accompagnata da un buon bicchiere di vino. Il pranzo ce lo portava la mamma o la sorella, oppure lo portavo io a mio padre, quando ancora non lavoravo in regola».

Al tempo non si usavano guanti o protezioni per le mani come rammenta Luigi: «Il freddo, lo ricordo tanto. Le mie mani erano sempre rotte e crepate per colpa delle martellate, del contatto con la roccia, dall’acqua gelida con coi lavoravamo. D’estate invece, eravamo “obbligati” dai padroni (forse perché temevano potessimo lavorare male) a crearci un “ombria” con rami e pali, così da essere riparati dal sole e continuare a battere al meglio la trachite. Si veniva pagati a metro di lavoro, non a ore, così da non perdere tempo e concentrarci sul nostro blocco di pietra».

Masin per 30 anni continua il suo lavoro di scalpellino, sino a quando la malattia della silicosi comincia ad essere un’ombra oscura sempre più forte per i lavoratori, tanto da far capire a Luigi che deve allontanarsi dalle polveri della cava e trasformare il suo lavoro in un’autentica passione personale. «Ho avuto la possibilità di insegnare ai più giovani, di seguirli ed iniziarli… anche se oggi non si insegna più, non si vuol più imparare. Sento ancora se il “colpo” dato sulla trachite proviene dalla mano di un esperto artigiano o di chi si improvvisa. Io ascolto il suono della trachite, perché lei è viva, ci parla e comunica con noi. Conservo gelosamente i miei attrezzi da lavoro ed ancora oggi dai freddi blocchi di pietra creo complementi da esterno, pavimenti, davanzali e… questo tavolo l’ho fatto io!»

                                                                                                                                                                         Giada Zandonà