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Medicamenti Perduti, la Teriaca


Veleno di Vipera

Tra Elettuari e Antiche “Spezierie”
Alla Ricerca dei Medicamenti Perduti

Tra i medicamenti antichi spicca la “teriaca”, panacea d’ogni malanno,
preparata a Venezia utilizzando prodotti importati dall’oriente,
ma l’ingrediente capitale era costituito dalle vipere,
cacciate proprio sui Colli Euganei

Negli anni ottanta del seicento esercitava la professione di “speciale” presso la “Bottega di Spezieria all’insegna della Madonna” Giuseppe Ferrari, un piemontese trapiantato ai piedi della Rocca.
Tra le cose di un amico antiquario è sopravvissuta la sua traduzione dal francese d’un anonimo trattato di farmacopea, un quaderno manoscritto di 150 pagine con numerose facciate bianche, vergato in lingua latina con qualche “secreto particolare” in francese e alcune ricette nell’italiano allora corrente. La scrittura, densa di abbreviazioni per me indecifrabili, è affiancata da segni e simboli svelati alla fine da un dizionarietto grafico piuttosto interessante, mentre molte annotazioni e, soprattutto, le denominazioni dei vari preparati rispecchiano la cultura medica del nostro farmacista, basata su incredibili manipolazioni d’erbe e minerali sostanziate da nozioni astrologiche e superstiziose credenze degne delle vètule , delle vecchine tanto bistrattate dagli uomini di Chiesa fino a identificarle con le streghe perseguitate in quel terribile secolo per i loro supposti sacrìleghi “commerci” col Demonio.
Qualche esempio basterà a restituire lo spessore “scientifico” del trattatello. Per conoscere se una donna gravida partorirà un maschio o una femmina, «prima bisogna saper il nome della donna e di suo marito e il mese che lei ha da partorire e questi scrivergli in silabe compite come saria Ànzola Pietro Agosto; così poi contarle: se saranno pari sarà maschio, se non, sarà femmina». «Per far che una donna non mangi quello che sarà a una taula, piglia òximo fresco [òcimo, cioè basilico], e mettilo sotto al suo piatto che lei non se ne accorga». Un miracoloso unguento, composto da «oglio rosato, trementina, midolla di vitella, grasso di becco, cera gialla e zúcaro candito pesto», porta invece la firma del Ferrari stesso e lo chiama “di Dio” perchè «è piacevole e guarisce senza dolore ogni sorte di piaghe nove e vecchie, et anco il mal di formica». Ed ecco un’ultima formidabile ricetta “verbale” per “stagnare” il sangue da naso, un’innocua epistassi: «Si scrive sopra il fronte del paziente con il suo proprio sangue le seguenti parole: Consumatum est vel fuit , et questo è provato; ma legi e taci». Celso Carturan, il nostro storico municipale per eccellenza, attesta che le “speziarie” più antiche di Monselice, di cui è rimasta memoria, erano due: quella in Piazza Maggiore, oggi “Gasparetto”, attiva almeno dalla metà del ‘700, e l’altra in Via Roma, oggi “Giovannoli”, intitolata alla Beata Vergine della Salute e, come s’evince dal sunnominato trattatello, operante di sicuro già alla metà del ‘600 essendo affidata alla protezione della Vergine, anche se nei documenti d’archivio compaiono “spezierie” attive già nel ‘500.

Vipera aspis aspis

Nel 1918 venne concessa l’apertura di un terza farmacia allogata sotto il  portichetto di Palazzo Fezzi, nota in città come farmacia “Farini” e decentrata ora in Costa Calcinara all’insegna di S. Martino, mentre una quarta s’è aggiunta in via Garibaldi. Il Carturan ricorda fra l’altro che la “teriaca” o “triacca”, un sedativo ritenuto dal popolino rimedio universale, era ancora in voga alla metà dell’ottocento, quando gli speziali esponevano addirittura un cartello invitando la gente, in giorni e ore determinate, ad assistere alla sua preparazione.
In realtà la bottega dello speziale ha costituito in un arco plurisecolare «un centro di operosa mediazione culturale», in cui si coniugavano, intrecciandosi, termini greci latini arabi e italiani, mentre confluivano in un metaforico crogiolo, fra bilancette mortai torchi vasi alambicchi e albarelle, elementi di erboristeria chimica zoologia mineralogia astrologia aritmetica e… Liquoreria. Allo “speziale” era affidato il compito gravoso «di esorcizzare, con l’arte della manipolazione e con la magica composizione degli elementi, la onnipossente aggressione dei morbi» e le invocate virtù terapeutiche di acque erbe e pietre preziose, polverizzate mescolate e amalgamate, finivano in costosissimi medicamenti.
Tra questi spiccava appunto per fama universalmente condivisa la “teriaca”, panacea d’ogni malanno, preparata a Venezia utilizzando prodotti importati dall’Oriente, come lo zucchero di canna coltivato largamente a Candia o Cipro; tuttavia l’ingrediente capitale era costituito dalle vipere, cacciate proprio sui colli nostrani. Lo testimonia Andrea Cittadella nella sua manoscritta “Descrittione” del 1605: parlando della Rocca scrive che «in quella ruinata Fortezza si fa grande presa di vipere per la Toriaca».

TheriacaNel mese di maggio le femmine diventavano protagoniste di pubbliche rappresentazioni e riti sanguinolenti; per esempio a Bologna venivano ammazzate con l’intervento del Collegio medico e affidate agli “speziali” affinché ne conservassero la “pasta”, ottenuta dopo opportune manipolazioni, da aggiungere a droghe, ràdiche e piante montane. Gianfranco Cavallin, curatore di un importante “Dizionario della lingua veneta” pubblicato nel 2010 e redatto da Francesco Zorzi Muazzo (1732-1775) nel corso della sua esistenza, profittando della voce “triaca” in esso contenuta si dilunga in una esaustiva digressione. Dopo aver sottolineato come il termine derivi da un vocabolo greco usato per indicare la vipera o, in genere, gli altri animali velenosi, afferma: «La “Triaca” è un farmaco di origine antichissima e di preparazione e composizione molto complesse (62 i componenti citati da Galeno, 74 quelli utilizzati dalla farmacopea spagnola) che presentava come base fondamentale, sia pur nella diversità delle formule attraverso i secoli, la carne di vipera, e veniva adoperato come antidoto contro ogni veleno.Il successo esplose nel XVI secolo, quando presso le “spezierie” di Bologna, Napoli, Venezia e Roma, la Triaca veniva preparata in notevole quantità, diventando presto una voce importante per l’economia delle città. La migliore di tutte era però quella che si preparava a Venezia, dal momento che gli speziali della Serenissima potevano utilizzare più facilmente le droghe provenienti dall’Oriente, la cui fragranza e rarità conferivano al preparato una qualità superiore.
La preparazione della Teriaca era un vero e proprio rito studiato nei minimi particolari e a Venezia veniva fatta alla presenza della popolazione, esponendo al pubblico per tre giorni le varie sostanze, affinché si rendesse conto della genuinità e della bontà delle medesime. La sfarzosa cerimonia, alla presenza delle più alte autorità della Serenissima e del Protomedico, avveniva durante il mese di maggio, poiché alcuni componenti raggiungevano solo in quel periodo il perfetto stato di impiego ed anche perché gli influssi astrali di quel mese potevano dare facoltà speciali al rimedio.

“trocisci” di vipera, ossia carne di vipera dei Colli EuganeiL’elemento più curioso della preparazione erano i “trocisci” di vipera, ossia carne di vipera dei Colli Euganei, femmina, non gravida, catturata qualche settimana dopo il letargo invernale, privata della testa, della coda e dei visceri, bollita in acqua di fonte salata ed aromatizzata con aneto, triturata, impastata con pane secco, lavorata in forme tondeggianti della dimensione di una noce e posta ad essiccare all’ombra.
Altro componente fondamentale era l’oppio, che doveva provenire rigorosamente da Tebe, in quanto di qualità superiore a quello turco. Altri ingredienti erano l’asfalto, il benzoino, la mirra, la cannella, il croco, il solfato di ferro, la radice di genziana, il mastice, la gomma arabica, il fungo del larice, l’incenso, la scilla, il castoro, il rabarbaro, la calcite,la trementina, il carpobalsamo, il malabatro, la terra di Lemno, l’opobalsamo,la valeriana ed altri. La preparazione per raggiungere il massimo dell’efficacia, doveva “maturare” per almeno sei anni, ed era considerata valida fino al 36° anno.

Preparazione della Theriaca

Con la Triaca si curava un’infinità di malattie: coliche addominali, febbri maligne, emicrania, insonnia, angina, morsi delle vipere e dei cani, ipoacusia, tosse ed era impiegata anche per frenare la pazzia e per risvegliare gli appetiti sessuali, per ridare vigore ad un corpo indebolito, nonché per preservare dalla lebbra e dalla peste. Le dosi e la modalità di somministrazione dipendevano dalla malattia, dall’età e dal grado di debilitazione dell’ammalato. Le dosi andavano da una dramma (1,25 g circa) a mezza dramma e si assumevano dopo aver purgato il corpo.
La Triaca si assumeva stemperata nel vino, nel miele, nell’acqua o avvolta in una foglia d’oro. Il periodo di cura migliore era l’inverno, seguito dall’autunno e dalla primavera, mai d’estate a meno che la malattia non fosse particolarmente grave». La farmacopea dei ricchi individuava comunque negli elettuari d’oro e gemme preziose il medicinale pertentoso per eccellenza e i meno ricchi si consolavano con la “quint’essenza di capponi”, mentre ai poveri non restava che cercare sollievo nello spirito del vino, ne “l’acqua di vita”, la parte più pura ottenuta dopo cinque distillazioni, trasmigrata in fine nel conosciuto incolore liquore fabbricato nelle case contadine con strumenti approssimativi utilizzando “graspe” e vinacce.


Il fatto è che in quel mondo inquinato da medicamenti stregoneschi, da unguenti ed effluvi narcotizzanti, trovavano largo spazio i ciarlatani-buffoni, gli istrioni che sulle piazze di paesi e città offrivano per pochi soldi mirabolanti balsami col contorno di pantomine facezie filastrocche e indovinelli, capaci in tal modo d’attrarre un pubblico ingenuo quanto assetato di novità, amante di spettacoli in cui la parola, i movimenti del corpo, i giochi di prestigio, gli animali addomesticati, cani uccelli orsi e serpenti che fossero, servivano da seguìto “antipasto” per la finale rassegna di talismani e amuleti capaci di vincere malattie e sortilegi. Pure il Carturan, al tempo di sua giovinezza, rammentava l’assidua presenza di «certi girovaghi, detti volgarmente botanici» e tra costoro primeggiavano i cavadenti che, «per darla da bere al buon pubblico, arrivavano sulle piazze con carrozze di gran lusso, tirate da quattro focosi cavalli, vestivano costumi smaglianti, erano circondati da unì servidorame tante volte reclutato tra i negri. Arringavano il pubblico con parolone altosonanti da dottoroni di gran fama, ascoltati a bocca aperta da numerosissima folla che attendeva ansiosa le epoche di passaggio di questi più o meno illustri mestieranti che dovevano portare ad essa il toccasana per i suoi mali». Cose del lontano passato, potrebbe pensare il cortese lettore con un lieve sorriso di compatimento, senza magari accorgersi che oggidì questi “strani” personaggi debordano quotidianamente dagli schermi televisivi, novelli imbonitori pronti a farsi gioco di folle di spettatori ammaliati dal tubo catodico.

Roberto Valandro