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Il Nostro Natale Euganeo

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Il Nostro Natale Euganeo

Sul focolare, la fiamma brontolava mandando scintille.
Quanto calore c’era attorno a noi!
Anche quello era per noi un momento magico.
Guardavamo il nostro Presepio in silenzio

Per noi era una parola che ci riempiva la mente di dolcezza. Non si usavano regali, né avevamo mai sentito parlare di questi nel periodo di Natale. Natale voleva dire per noi, il fuoco acceso con un ceppo grosso portato a casa dal nonno, dal papà e talvolta anche dalla mamma, che spesso andava nel bosco a far legna. Si cominciava a parlarne qualche settimana prima. «Dobbiamo portare a casa “el soco grande” – qualcuno diceva – perché ormai Natale è vicino». Quella era una tradizione. Non doveva passare il giorno della Vigilia senza ceppo di Natale sul grande focolare. Alla sera, raccolti tutti attorno al fuoco, si rammentavano i natali passati. Ognuno aveva la sua storia, il suo racconto, il suo ricordo. La fiamma, crepitando, si alzava sempre di più, mandando allegre scintille. Spesso nevicava nel giorno della Vigilia. Come se anche la neve non potesse mancare a quell’appuntamento. «Natale senza neve – mormorava qualcuno – non sembra neanche Natale». Assieme alle prime “falìve” o farfalle bianche, arrivava fischiando il vento. Al che la zia Mània iniziava la sua poesia imparata a scuola tanti anni prima: «La vigilia di Natale/ soffia il vento per le scale/ ecc…». Noi la sapevamo già, avendola sentita tante volte quella poesia, ma ci piaceva lo stesso sentirgliela ripetere. Lei ad ogni occasione, come il nonno con i suoi proverbi, tirava fuori le sue poesie dei tempi di scuola. La zia Mània ne sapeva molte di poesie e anche di fiabe. Leggeva molto e pretendeva, che noi la stessimo ad ascoltare in silenzio. Naturalmente, il nostro silenzio durava poco, ma lei continuava imperterrita. Alle volte noi per scherzo uscivamo silenziosi uno alla volta senza che lei se ne accorgesse ascoltandola da fuori leggere da sola ad alta voce. Quando se ne accorgeva brontolava un po’, piegava il giornale, metteva giù gli occhiali, sicura che la avremo ascoltata un’altra volta la fine di quell’articolo.Le sue fiabe, i suoi racconti, gli indovinelli li sapevamo tutti a memoria.

Torniamo però al nostro dolce ricordo di Natale. Noi piccoli avevamo un gran daffare ad andare a cercare il “pegno”, il muschio da mettere nel Presepio. Lo si raccoglieva per la maestra e anche per noi. Cominciavamo a cercalo nel bosco e poi nei campi attorno alla casa. Quanto mi piaceva raccogliere quei pezzetti di crosta di terra, ricoperta di muschio verde e morbido. Lo portavamo poi a casa. La parte più abbondante andava alla maestra e l’altra era per noi. Cominciavamo così a fare il nostro presepio nell’angolo della cucina accanto al camino: il muschio era bello, disteso bene tanto da sembrare un tappeto di velluto. Correvamo a quel punto in cerca di qualche pezzetto di specchio rotto. Quello, seminascosto dal muschio, doveva sembrare una fontanella. Avevamo poi, due pecorelle di gesso bianche e quelle venivano posate accanto alla fontana di specchi. La mamma ci regalava allora una bella manciata di farina di frumento, insegnandoci a tracciare con quella delle stradine bianche. Due, tre ramoscelli verdi servivano da grotta. Sotto a questi, un po’ di paglia. Con un’altra manciata di farina, veniva improvvisata la neve sui due rametti, che dovevano essere gli alberi fuori dalla capanna. Non avevamo statuine, solo le due pecorelle donate da un compagno di giochi, barattate con un’altra cosa. Non ricordo da che libro o giornale ritagliavamo il bambinello con Giuseppe e Maria. Li posavamo nella capanna, e il Presepio a quel punto era proprio finito. Questo è il primo Presepio dei miei ricordi. Lo guardavamo incantati. Sul focolare, la fiamma brontolava mandando scintille. Quanto calore c’era attorno a noi! Anche quello era per noi un momento magico. Guardavamo il nostro Presepio in silenzio. Ed era come se su quelle stradine di farina bianca ci fosse la nostra anima, che correva, correva, portandoci lontano, in un mondo sconosciuto. Una sensazione di calore, di dolcezza, di mistero invadeva in quei momenti la vecchia cucina. Quello sarebbe rimasto il nostro Presepio più bello, perchè c’era in noi qualcosa di nuovo. Un’attesa, che ci metteva le lacrime commosse tra le ciglia. Qualche anno più tardi il papà arrivò dal bosco con due alberelli di “dènevare”, ginepro. Aveva sentito da qualche parte che era venuto di moda fare l’albero. Legò i due ginepri l’uno accanto all’altro e così l’alberello venne più alto. Qualche batuffolo di cotone e un nastrino colorato qua e là, e così anche noi avevamo il nostro alberello di Natale. Alla mattina del giorno di Natale andavamo anche noi bambini  alla prima Messa. La neve aveva coperto tutto il paesetto da farlo assomigliare ad un paese di fiaba. Ad una stampa delle cartoline natalizie. Era quasi buio, quando si partiva da casa. Luci sparse qua e là brillavano ai piedi delle colline. La strada, sotto i vecchi lampioni, aveva dei bagliori argentati, quasi fosse stata fatta tutta di minuscoli brillanti. Il suono ovattato dei campanili dei paesi vicini ci giungeva ogni tanto di lontano. Le voci delle persone, in quella mattina, mi sembravano diverse dal solito, più allegre, più melodiose. Appena entrati in Chiesa ecco il Presepio, che noi guardavamo ad occhi attenti, spalancati. C’erano tanti pastori, tante pecore, una bella capanna, un Bambinello col vestito celeste. C’erano tante casette fatte di cartone con le finestre chiuse da una carta pecora rossa che brillava illuminata da una lampadina. C’era poi il cielo, un grande cielo fatto di carta blu, tempestata di stelle d’argento, e appesa a quel cielo, con un filo quasi invisibile c’era la luna. Una grande luna gialla, di cartone, che a me sembrava vera. Com’era bello quel cielo e quella luna! Che meraviglia quel Presepio!
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Alla fine della Messa si cantava la Pastorella. Una pastorella che veniva poi cantata per strada durante il ritorno. Cantavano tutti ad alta voce, vecchi, giovani e bambini. Era la storia di due pastori che decidevano di andare a trovare il Bambinello. Era difficile per noi da imparare a memoria, date le parole un po strane dialettali, ma un po’ alla volta riuscimmo ad impararla, se non tutta, almeno una parte. In quel giorno di Natale, dopo il Presepio e le “pastorelle” c’era però un’altra cosa che ci rendeva impazienti, non vedendo proprio l’ora che arrivasse il mezzogiorno. Era la letterina di Natale. Ce la dettava pazientemente la maestra a scuola. Poi i più grandi ne ricopiavano una per i più piccoli che ancora non avevano imparato a scrivere. Così a mezzogiorno, ognuno aveva la sua bella letterina, da mettere sotto il piatto del papà. In quel giorno il papà aveva un piatto in più sulla tavola, uno sull’altro. Noi di nascosto gli mettevamo sotto, tra un piatto e l’altro, le letterine e poi attendevamo il momento che lui se ne accorgesse. Faceva finta di non saperne niente il papà, e si mostrava sorpreso nel momento in cui, sollevato il piatto, si trovava sotto la letterina. Quante belle parole, c’erano scritte lì dentro! Quante promesse di star buoni, obbedienti e studiosi per tutto l’anno! Finita la lettura il papà si alzava dalla sedia commosso e andava a cercare il portafogli in camera. Ci dava qualche soldino per ciascuno, dicendoci di mantenere le promesse e in quei momenti noi ci sentivamo proprio felici, tanto che eravamo commossi e commossi erano un po’ anche i familiari. Una risata, un gioco, una pastorella, l’ascolto di un ricordo di Natali passati, dolce, come dolce era stato tutto quel giorno arrivava la sera, vestita di un rosso tramonto, che riflessa sul biancore della neve, mandava bagliori d’argento. Ricordo di quei giorni di Natale, tramonti meravigliosi. Si, come diverso era stato quel giorno, diverso anche il tramonto. Possedeva una dolcezza strana. A me, faceva pensare ai paesaggi delle cartoline natalizie. Il paesetto ai primi colori del tramonto pareva proprio il paese delle fate. Piccole casette sparse qua e là ai piedi della collina, ognuna con le sue finestre illuminate. Tutto era vestito di neve. Anche la luna in quella sera era diversa. Mi pareva più tonda, più grossa. Sospesa al fianco del campanile, assomigliava a quella luna gialla di cartone, appesa ad un filo che c’era sul Presepio dentro la nostra piccola Chiesa. Sotto i vecchi lampioni, la strada mandava riflessi che facevano pensare ai brillanti. Si, mi pareva proprio di camminare su di una strada di brillanti preziosi. Quella luna, tonda, grossa, gialla, mi ricordava quasi sorridendo, come se anche lei avvertisse quel qualcosa di strano e di diverso che provavo io.

Ecco, quel giorno così bello, così dolce, così bianco, era ormai finito. Un giorno, che non conosceva regali, ma solo calore umano, stava diventando un ricordo, da appendere come un quadro meraviglioso, incorniciato di dolcezza, alle pareti dell’anima. Nel periodo tra il Natale e l’Epifania era d’uso attendere la sera, in cui sarebbe arrivato un gruppo di persone a cantare la “Ciara Stela”. Arrivavano in silenzio, quando ormai era buio, e all’improvviso sentivamo davanti alla porta quel canto ormai conosciuto, molto bello e commovente. Portavano una stella grande,fatta con una carta trasparente, illuminata dal di dentro. Aspettavamo che la loro canzone fosse finita per aprire la porta e correre fuori a vedere, sia la stella che i ragazzi che cantavano. La più comune di quelle che venivano chiamate “cante de la stela”. A questo punto uno della famiglia apriva la porta e ringraziando i cantori della “stéa” o stella, dava una modesta mancia, quella che si poteva, al capo gruppo. In qualche famiglia li chiamavano anche in casa, offrendo loro un bicchiere di vino. Dopo aver ricevuto la mancia ringraziavano cantando con queste parole «E ve ringrassièmo tanto/ dela grassia e del favore/ siamo insieme col Signore e la bonanotte». Noi piccoli, che fino a quel momento eravamo stati attenti, sorpresi e incuriositi, guardando i movimenti dei grandi, correvamo allora fuori dalla porta per vedere la stella illuminata, appesa ad un bastone che uno di loro teneva in mano, seguendola con gli occhi fino a che non la si vedeva sparire. Tendevamo in quel momento l’orecchio,zitti e attenti per sentire l’eco di quel canto che ci arrivava nel buio dalle altre case vicine. Ed era per noi una cosa molto bella, quel canto che rompeva il silenzio riempiendo il buio di dolci note. Pareva che il Natale non fosse ancora finito. Difatti quei canti creavano un’atmosfera dolce e serena, proprio come nel giorno di Natale, quando anche le campane pareva avessero una nota più alta, per gridare al mondo «È Natale, è Natale!». E la notte ricca di stelle stendeva una dolce coperta di brina, quasi volesse coprire ogni cosa di zucchero bianco, che io vedevo come una coperta d’amore.

Gemma Bellotto