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Ruta Patavina in Pericolo

Ruta Patavina sul Monte Calbarina - Colli Euganei

Ruta Patavina in Pericolo

Antonio Mazzetti, dopo la bellissima esperienza di “gita scolastica nei Colli” con i suoi allievi, afferma tristemente che la Ruta Patavina è in pericolo.

Distrutta dal passaggio delle rombanti moto da cross e da alcuni ciclisti indifferenti, la Ruta Patavina non cresce più nelle due stazioni botaniche più importanti in cui ancora era segnalata: il monte Cavamorti e il Sassonegro.

«Abbiamo cercato la Ruta patavina sul Sassonegro ma non l’abbiamo trovata, abbiamo visto però» dice Mazzetti «nonostante i cartelli gialli di “Riserva Naturale Integrale”, i solchi inequivocabili scavati dalle moto da cross…, così come sulla gobba del Cavamorti, dove poche sparute piantine resistono al passaggio continuo, giorno e notte, di moto e bici. Il paesaggio attuale dei Colli, in molti luoghi, è caratterizzato dall’abbandono. Fa riflettere»

L’importanza della Ruta Patavina:
La Ruta patavina, modernamente chiamata Haplophyllum patavinum in Italia vive solo in pochissime aree molto ristrette dei Colli Euganei, e che il genere Haplophyllum è originario dalle steppe desertiche dell’Asia centrale. Cresce sulle pigre ondulazioni calcaree del settore meridionale, in un ambiente brullo dominato da aridi prati, i vegri. Altre piante come la nostra abitano le aree carsiche dell’Istria e della Slovenia e le aspre montagne della Dalmazia e dell’Erzegovina. Da lì si spinge fino alla Bosnia centrale, nel Montenegro, in Albania, Grecia e Romania, arrivando fino al Bosforo.
Le poche e rade stazioni euganee, rappresentano quindi il relitto di un vasto areale formatosi nel corso dell’ultima glaciazione, che consentì a questa specie steppica di migrare attraverso l’Adriatico, in quell’epoca libero dal mare che faceva golfo tra il Conero e la Dalmazia. Altra stazione, in condizioni sempre precarie, è posta alla base del fianco nord orientale del monte Cero, lungo il primo tratto della strada che dal passo delle Croci sale a Calaone. Va ricordata la stazione perduta del Mondonego, poco a sud est di Valsanzibio, che andò distrutta nel 1939, per impiantarvi un vigneto. Altre stazioni minori sono sparse sulle pigre gobbe, assolate e aride, della Val de Spìn, nei vegri tra Valle San Giorgio e Cinto e sul monte Calbarina di Arquà.

Mazzetti osserva ancora che: «La rapidità con cui il Parco ha concesso il Revamping all’Italcementi, e non si è ancora preoccupato di acquisire, dai cementieri che favorisce, quei pochi terreni improduttivi che ospitano la gemma più preziosa del patrimonio botanico euganeo». Il monte Cavamorti in territorio di Baone è di proprietà dell’Italcementi. Qualche anno fa il Parco aveva fatto tagliare tutte le piante di ginestre che ricoprivano il colle (piante che in maggio-giugno davano vita ad uno spettacolo di inestimabile bellezza) e lo aveva fatto con la scusa di salvaguardare la Ruta Patavina e qualche varietà di orchidea selvatica che cresce nella zona. Un sacrificio che alla luce dei fatti si è rivelato inutile, se non controproducente, visto che le ginestre in qualche modo proteggevano la ruta, impedendo o limitando il passaggio delle moto da cross.

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