Home » Colli Euganei » Leggende » Temporale In Collina

Temporale In Collina

evidenza

Temporale in Collina

Ad accorgersi dell’arrivo del temporale era Nonno Giacomo, non occorrevano lampi o tuoni, lui capiva le nuvole. Una specie di confusione si impadroniva allora di noi, ma ognuno aveva il suo compito: gli uomini raccoglievano in fretta il fieno con il rastrello, noi piccoli correvamo a portare in fondo al campo la forca, il rastrello e i “vangùni” e le zie di corsa si occupavano dei pollastri e delle galline, chiamandoli a gran voce.

Penso che solo chi è nato in campagna possa apprezzare a fondo tutte le bellezze che ci sa donare ogni giorno Madre Natura. Se poi si è nati e vissuti ai piedi dei Colli Euganei si riesce a vedere ancor di più ogni bellezza che ci circonda. Noi colligiani abbiamo abitudini diverse e, dei temporali per esempio, si ha una paura che altri non hanno.
Certo che per noi, nel tempo in cui eravamo piccoli, si pensava al raccolto, che voleva dire un po’ tutto, cioè il mantenimento quasi quasi di un anno, l’affitto e tutto il resto. Per quel che riguarda il temporale, ecco che ad accorgersi del suo arrivo era nonno Giacomo. 
Non occorrevano lampi o tuoni, lui capiva le nuvole. Ci chiamava dicendo «Guardate che tra poco sarà qui il temporale. Vedete quel nuvolone nero là in alto? Sta per arrivare. Se poi guardando bene vedete quell’altra nuvola di colore verdino sfumato di bianco, beh, quella è tempesta! Sì, sarà un temporale brutto».
Sembrava strano, ma il nonno ci indovinava quasi sempre. Una specie di confusione si impadroniva allora di noi. Ognuno alzava la voce chiamando l’altro. Un’improvvisa ondata di odore di anice selvatico correva nell’aria. «Sinti, sinti, che odore de anese salvego» si diceva tra noi. «Sto odor de anese salvego dise che da qualche parte gà sà tempestà». Ed era proprio così! Ecco allora che ognuno aveva il suo compito.
Diciamo prima che l’anice selvatico cresceva tra le spighe di grano e quando la tempesta lo sbatteva mandava fuori un odore strano che si sentiva anche da lontano. Allora tutto diventava più veloce: gli uomini raccoglievano in fretta il fieno con il rastrello, noi piccoli correvamo a portare in fondo al campo la forca, i rastrello e i “vangùni”. Appena pronto il mucchio di fieno si infilavano sotto i vangùni, cioè due grossi pali resistenti al peso, poi uno davanti e l’altro dietro portavano il fieno a casa all’asciutto sotto il portico.

13268298_10209590865838202_573503655092649638_o
Tutto questo avveniva perché il fieno doveva essere secco, altrimenti marciva e le mucche non lo mangiavano più. Difatti veniva venduto come pastura per chi aveva i buoi. Mentre in fondo al campo si eseguivano questi lavori, attorno casa si correva per farne altri. «Tu corri, diceva la mamma, porta giù un paio di ombrelli per quelli là in fondo a campo. E tu, va a chiudere le finestre, altrimenti una folata di vento può portare via il tetto della casa».
Le zie di corsa si occupavano dei pollastri e delle galline, chiamandoli a gran voce «Chiri, chiri, chiri». Quelle più lente ad arrivare erano le faraone, poi le chiocce con i pulcini. Le faraone essendo selvatiche per natura, a volte spaventate dal temporale fuggivano, volando sui tetti poco lontano, ed era poi fatica farle tornare.
La chioccia con i pulcini invece, visto il pericolo, li radunava, chiamandoli “crò, crò, crò, crò” e li copriva sotto le ali. Qualche volta se il temporale era immediato, la chioccia si fermava sotto ad un albero, il più protetto. Stava ferma lì fino a che rimaneva senza vita, annegata dal vento e dalla pioggia, però i pulcini erano sani e vivi. Che amor di mamma Temporale era quello, quasi da commuoversi!

13198437_10209494661673158_1032179193938680930_o
Ma ormai, la pioggia forte con il suo temporale era arrivata. Chi più bagnato chi meno ci radunavamo tutti in cucina attorno al fuoco. La zia prendeva una manciata dell’ulivo Benedetto, preso il giorno delle Palme e la gettava su fuoco. Si sentiva crepitare l’ulivo con la fiamma e la zia diceva che se il fumo era molto, avrebbe fatto scappare il temporale. Le gocce diventavano sempre più grosse, sino a sentire dei grossi colpi sui balconi.
Ecco, si diceva impietriti «Xe quà la tempesta». La zia accendeva la candela e iniziava a recitare il rosario, tutti in ginocchio, chi sul focolare, chi sui piòli delle sedie. Il panico si impadroniva un po’ di tutti. Silenzio! Non si sentiva che silenzio e quei “toc toc” dei pezzi di ghiaccio che entravano anche dal grande camino. La zia Mania alzava il tono della voce, dicendo ogni tanto «A fulgure et tempestate» e noi rispondevamo «Libera nos Domine».
Ricordo che una volta vidi papà che sussultava, non voleva farlo vedere, ma piangeva. Finalmente i tonfi non si sentivano più ma un colpo di tuono più forte degli altri portò via la corrente e restammo senza luce. Lo zio per farci contenti piazzò un vecchio “ciaro a carburo” un fanale che, ci spiegavano, serviva per le biciclette di un tempo. Noi ridevamo contenti per la luce ritrovata, dimenticando per un po’ la tempesta.
Ma la nostra gioia durò poco, un tonfo più forte del tuono e, trovandoci nuovamente al buio, capimmo che era scoppiato il fanale a carburo. Alla luce fioca di una candela ci apparve lo zio tutto bianco da capo a piedi, compreso il viso. Un odore di carburo invase la cucina e tutti si misero a brontolare con lo zio che continuava a dire «Ma perchè ve la prendete? Non è successo niente!». Il temporale era finalmente finito e uscendo all’aperto non si vedeva che distruzione. 
Il cortile era coperto di foglie di tutti i colori, di chicci d’uva, di fiori. Sì, anche i fiori accanto all’orto erano divelti. Una distesa di grappoli erano per terra lungo i filari. «Domani sarà peggio» diceva papà «e vedremo con il sole cosa ci è rimasto». Gli abitanti delle case accanto si radunavano nel crocevia del capitello. Ognuno diceva serio la sua, quasi a consolarsi l’un l’altro: «Beh, pitosto de na desgrassia!»… «Pasiensa qualche Santo ne iutarà»… Noi piccoli avevamo già ripreso a giocare con le manciate di chicchi di tempesta o nelle pozzanghere. 

13123035_10209433681348688_1740812674799565667_o
Io mi dirigevo sempre verso la pozzanghera più grande, aspettando il sole per specchiarmi. Il mio viso che appariva attorniato d’azzurro e di nuvole bianche che si rincorrevano. Ed ecco che una fusciacca dai sette colori legava le nostre colline Euganee. «Che bello, è arrivato l’arcobaleno!». Dopo qualche settimana dalla grossa grandinata papà ci chiamò per farci vedere qualcosa di stranamente bello.
Una cosa mai vista. Il melo era fiorito! Una fioritura fuori stagione. Anche nel susino, nel biancospino e sulla siepe c’erano qua e là ciuffi di fiori bianchi. «Cose rare» diceva papà. La tempesta battendo sulle gemme ancora giovani, “sui oci”, aveva distrutto le diverse pellicine e, invece di attendere la giusta stagione erano sbocciate subito. «Non avremmo raccolto per quest’anno» diceva papà. Ma non c’era più ombra d’amarezza in queste parole. 
Con gli occhi posati sui larghi petali rosati del melo ci dicevamo in silenzio che, nonostante tutto la vita è un grande e sorprendente dono.

Gemma Bellotto
ph: Manuel Favaro