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Una Pioggia di Castagne

Raccolta delle Scappadelle (castagne)

Una Pioggia di Castagne

Dormivo beata raccolta nei miei undici anni. Ma quel mattino mi arrivava una voce che pareva venire da lontano e cercava di svegliarmi. Era la voce della mamma che, piano piano per non svegliare gli altri fratelli, mi diceva «svegliati c’è il vento, non senti? Se farai presto chissà nella valle quante “scappadelle” troverai a terra». Si era d’accordo già dalla sera prima perché andassi nel bosco della Valle a raccogliere le castagne “scappadelle”. Così venivano chiamate le castagne che uscivano da sole da riccio cadendo per terra tra i cespugli. Erano di un marrone dorato e così lucide, patinate, da ricordare uno specchio.

Mi svestii svelta e, con gli occhi semi chiusi dal sonno, ascoltavo le ultime raccomandazioni della mamma: «prendi il fazzoletto, quello grande da mettere in testa, ti proteggerà dal vento e se troverai tante castagne potrà servirti a metterle dentro. Fatti un bastoncino prima di arrivare nel bosco, ti servirà per aprire i ricci, così ti pungerai meno». Avevo già legato i lacci delle “spalmette” con le suole di legno. Anche il fazzolettone di seta, con i quadri bianchi e arancione, era annodato bene sotto il mento.

Presi la borsetta di tela marrone, regalatami dallo zio Rodolfo e infilata a tracolla eccomi in corsa col vento. Era così forte quel vento da soffiarmi con il suo alito da tutte le parti, quasi volesse farmi volare. Ma non mi faceva paura, anzi me lo sentivo amico. Era presto, tanto che cominciavano appena i primi barbagli di luce e più camminavo più vedevo scomparire le ombre. Si, la notte stava ormai per finire. Dopo la salita ero già arrivata ai margini del bosco. Ecco le mie piccole mani scostare i rami di robinia, poi quelle di prugno selvatico che noi chiamiamo “brumbiolaro”. Ed era la volta, anzi la difficoltà del filo spinato che recintava il bosco, ma io ero così piccolina che non ebbi difficoltà a passarci sotto. Finalmente ero nel bosco. Mi parve ad un tratto di sentire un suono misto al pianto del vento.

Era la campana del nostro campanile che annunciava il risveglio di un nuovo giorno con le note dell’Ave Maria. Quel suono mi aveva messo allegria. Ero giunta ormai sotto i due vecchi castagni, ma io dovevo andare avanti perché quelle castagne erano proibite da raccogliere. Eccomi nel cuore della Valle. Quante castagne li per terra! Che belle! Che lucentezza! Saltavo di qua e di là come un piccolo cerbiatto, frugando tra le foglie con il mio bastoncino aprendo poi i ricci mezzi chiusi tenendoli fermi con un piede per non pungermi.

Vidi un piccolo ghiro, che aveva appena rosicchiato una castagna, quella più grossa. Ne avevo prese parecchie ma un nuovo colpo di vento ne fece cadere tante di “scappadelle” come una specie di grandinata mentre io cercavo di proteggermi la testa con le mani. Sentivo il cuore cantare dalla gioia. Un grosso rospo pareva guardarmi, seduto accanto al “meciòn” cioè un cespuglio di germogli di castagno e un po più in là una salamandra nera con le macchie gialle chiamata “marisorbola”.

Quella mi faceva proprio paura. La borsetta era ormai piena, colma di castagne e anche il fazzolettone a quadri pieno era già annodato alle cocche. Seduta sulle foglie umide cercavo di indovinare tra i rami da dove nascesse il sole. La vita mi respirava attorno. Quasi un’ora di svelto cammino ed ero tornata a casa. «Ma che belle! Che grosse!» mi dicevano. La mamma me le fece vuotare sul tavolo e un odore di muschio di bosco si sentiva li attorno. «Chiama il papà, è laggiù lungo i filari» diceva intanto la mamma. Cominciammo a scegliere le più grosse «queste le teniamo da parte e quando ne avrai ammucchiate parecchi chili, te le porterò io al mercato così con i soldi ricavati potrai avere quel maglioncino che desideri da tanto tempo» diceva sempre la mamma.

Già lo vedevo il bel maglioncino arancione a righe orizzontali color cielo con due pon pon che chiudevano il collo. Fatta la scelta, le castagne più piccole, dopo qualche ora erano già cotte per la nostra allegria, belle fumanti al centro della tavola. Tornai altre volte nel bosco, quasi sempre in compagnia di uno di famiglia. Ma quando busso all’uscio della mia mente cercando quiete, coraggio, speranza, il primo a venirmi incontro è quel mattino in cui sola, piccola, infagottata nei miei vestitini cuciti da mamma, il fazzolettone a quadri attorno alle guance, tonde e rosse come melagrane settembrine mi sentivo la sola padrona del bosco in compagnia del vento che faceva cadere solo per me una pioggia di castagne.

Un bosco che teneva stretto lo scrigno della vita, quasi tutta da scoprire.

Gemma Bellotto