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Zio Giovanin e il Suo Mandolino

Zio Giovanin
e il Suo Mandolino

“E i fuochi di marzo?
Ci dicevano che quelli cacciavano la
brutta stagione e chiamavano la primavera.
Lo zio in fondo al campo faceva un mucchio
di legna e accendeva il fuoco mentre noi
tutti assieme ballavamo e cantavamo
vecchie filastrocche…”

Noi tre nipotini, lo chiamavamo Zio Giovanin, ma in realtà si chiamava Giovanni! Era il fratello del papà e viveva con noi essendo da sposare.
Allora si diceva scapolo o celibe. A questo proposito a volte ci raccontava un po’ la sua rabbia per aver dovuto un tempo, pagare la tassa dei celibi. Si, c’era una tassa che dovevano pagare i “non sposati”.
«Ma tu guarda – diceva lo zio – se uno non può fare quello che vuole e deve sposarsi per non pagare le tasse».
Zio Giovanin, lavorava nei campi, ma quando faceva brutto tempo, si divertiva con i nostri giochi. Per esempio, quando la neve era caduta abbondantemente, noi sapevamo che lui avrebbe fatto l’uomo di neve. Difatti appena tornava il bel tempo, appena smesso di nevicare, noi gli correvamo attorno fino a che prendeva il badile e soddisfatto per le nostre grida di allegria. Ecco che dopo un po’, “l’uomo di neve” era bello che pronto. Ma ci mancava qualcosa, prima di tutto gli occhi e allora ci mandava a cercare due pezzi di carbone rotondo e per il naso una carota! Ma non era ancora finito.
Ci mancava il cappello in testa. E noi frugando sotto la baracca, come per magia, trovavamo un vecchio cappello del nonno, che sulla testa ci stava proprio bene messo assieme ad un pezzo di vecchia stoffa che serviva da sciarpa. Che bello! L’uomo di neve era pronto! Intorno si erano riuniti altri bambini del vicinato e ci prendevamo tutti per mano facendo il girotondo cantando: «ecco l’uomo di neve, che non mangia e che non beve…». Rideva lo zio per averci fatto felici. Se invece pioveva, ed eravamo in famiglia tutti riuniti in cucina, il posto più caldo. Ad un certo punto sentivamo lo strimpellar di un mandolino. Noi di corsa, via su per le scale. Li trovavamo lo zio seduto sul letto con il suo mandolino sulle ginocchia che suonava allegramente. Intanto che noi lo ascoltavamo, lui ci diceva i titoli delle canzoni o dei pezzi di musica.
C’era “Il tempo delle rose” e “Pierrot”, ma a noi piaceva sentire la famosa “Mazurka variata” di Migliavacca. Era bella veramente e ce la facevamo ripetere più volte. Anche “Pierrot” era bello e cantava lo zio: «Canta Pierrot – la più stolta canzone del cuore – canta perchè se tu piangi si burlan di te… devi nella vita recitar la farsa anche tu…».
Poi cantava e suonava la canzone della miniera, mentre noi tre silenziosi ascoltavamo. Era la storia di un minatore e diceva: «Allor che in ogni bettola Messicana danzano tutti al suono dell’Avaiana. Vien di lontano un canto così accorato, è un minatore bruno laggiù emigrato… Ma nella notte ecco un baglior di fiamme. Piangono bimbi, spose, sorelle e mamme. Intanto il minatore dal volto bruno dice agli accorsi – io solo andrò laggiù che non ho nessuno-… e nella notte un grido solleva i cuori. Mamme son salvi, tornano i minatori. Manca soltanto quello dal volto bruno… ma per salvare lui non c’è nessuno».

Si, era triste quella canzone e allora pregavamo lo zio di suonarne una di allegra e lui subito eccolo a cantarci quella della “Vedova allegra” che diceva: «È scabroso le dame studiar – son dell’amore la disperazion…». E lo zio rideva contento dicendo che per oggi aveva finito.
Ma noi non eravamo di certo stanchi di ascoltarlo, allora per finire ce ne faceva ascoltare un’altra, che ricordo ancora dopo tanti anni: «Chi vuole con le donne aver fortuna – non deve mai mostrarsi innamorato – dice alla bionda che ama la bruna – dice alla bruna che dall’altra è amato… perchè alla donna piace fare la guerra per la sua terra – per poi gustar la pace». Le zie che ascoltavano giù in cucina e brontolavano allo zio: «cosa racconti ai piccoli, ciò mataran!». E intanto si passava il tempo in beata allegria, augurandosi che tornasse presto il sole per poter uscire di casa, i grandi ai loro lavori e noi piccoli ai nostri giochi. E i fuochi di marzo? Ci dicevano che quelli cacciavano la brutta stagione e chiamavano la primavera.Era sempre lui, lo zio che là in fondo al campo faceva un mucchio di quella legna che non serviva e appena il sole era affogato in un rosso tramonto lo zio ci chiamava e accendeva il fuoco. Le fiamme si alzavano sempre di più mentre noi ballavamo e cantavamo vecchie filastrocche.


Tutti assieme ci si prendeva per mano girando con gli altri bambini dei dintorni. Che allegria! E le nostre guance diventavano rosse, lucidi i nostri occhi per la gioia. Tante piccole mani frugavano nella siepe per alimentare il fuoco con altra legna. E la fiamma saliva e saliva! Scoppietti di scintille giravano attorno. Nell’aria odore di muschio, e di legna verde bruciata. Nelle labbra sapore di giovane vita ancora nascosta nel grembo della terra in attesa della primavera. E lo zio rideva, rideva, mettendosi il capello un po’ di sghimbescio sempre per vederci ridere contenti.
Noi piccoli boccioli in attesa del sole. Quel sole che avrebbe aperto i nostri boccioli (come dice il grande poeta) nel grande prato della vita.

Gemma Bellotto