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Galzignano e il talento dei Fratelli Francesco ed Angelo Saggini

Ritratto di Angelo Saggini, Galzignano - Colli Euganei

Galzignano nel 1900 e il talento dei
Fratelli Francesco ed Angelo Saggini

Il paese di Galzignano (in origine Galginanum o Galginianum) adagiato alle pendici del maggior colle euganeo è noto ai più per la sua frazione di “Valle San Eusebio” o Valsanzibio che ospita la straordinaria Villa Barbarigo con il celeberrimo giardino. Le notizie storiche sul paese sono molto frammentarie e difficili da reperire. Come per altre zone dei Colli sicuramente vi fu un avvicendamento tra i primi abitanti, gli Euganei, popolazione indoeuropea giunta via terra da est, con i Veneti, popolo venuto dal mare. Gli originari insediamenti, posta la presenza di paludi infestate dalle zanzare portatrici di malaria, si svilupparono sulle alture. E in tal senso taluni fanno risalire il nome Galginanum al termine Caletianum ovvero paese dei Càleti, abitanti dell’altura (cal). Plinio il Vecchio riporta invece notizie sui Veneti che si insediarono lungo il fiume Togisonus che scorreva dalla piana di Galzignano verso l’agro padovano.
Tra le vicende che interessano il paese, è importante notare come dalla fine del ‘700 Galzignano si caratterizzi quale borgo agricolo per i prodotti sia di pianura che di collina divenendo noto anche per la pregevole manifattura delle corbe, le caratteristiche ceste intrecciate utilizzate nella raccolta dei legumi. Ed è in tale contesto che si assiste anche a Galzignano, come nei paesi vicini, all’edificazione di ville padronali ex novo o convertendo preesistenti case coloniche. I motivi di tale fenomeno sono principalmente due. Da un lato si ricerca un luogo ameno dove poter trascorrere il proprio tempo libero. In tal senso il Pochini villeggiando in paese parla di “Belle piante, aure dolci, erbette molli e pensier folli che tormento qui a me più non darete” e il Cittadella scrive di “colli di Galzignano favoriti da Bacco con valli piene d’ottimi fieni e pascoli.

Villa Marzani Galzignano - Coli Euganei

La seconda ragione è che quanti investono sulle coltivazioni del luogo cominciano a risiedere nei Colli Euganei per periodi sempre più prolungati al fine di gestire e controllare direttamente i propri interessi. Entrambe le motivazioni spingono a metà ‘800 i padovani Giambattista Saggini e la moglie Paolina Cromer a dimorare prima a Monselice e poi a Galzignano. Fin dal 1810 la famiglia Cromer aveva infatti acquistato nel paese della Rocca degli ex beni della Chiesa confiscati dalla legislazione napoleonica: il Convento e la chiesetta di San Giacomo, un tempo ospedale delle Benedettine, poi convertito in villa padronale dai coniugi Saggini. Successivamente la coppia si trasferisce, originariamente per il solo periodo estivo, a Galzignano dove acquista nei pressi della località Pavajon una villa edificata a fine ‘700, poi denominata Villa Saggini. E con i genitori risiedono sui Colli anche i figli Francesco ed Angelo, rispettivamente classe 1850 e 1852 cui si aggiunge un terzo fratello intorno al 1854. Purtroppo il destino non è generoso con questa famiglia in apparenza privilegiata. Nel 1854 muore prematuramente la signora Paolina Cromer seguita dal marito dodici anni dopo nel 1866.
Il capofamiglia diventa dunque Francesco Saggini appena sedicenne. Il giovane si distingue per i brillanti studi liceali e viene notato dal professore di italiano Giacomo Zanella (poeta, traduttore e rettore dell’Università di Padova 1820- 1888) al quale Francesco consegna una traduzione dal latino delle Georgiche di Virgilio e dal greco di alcuni componimenti del poeta Anacreonte. Dopo la lettura il docente rimane basito per la perfezione delle scelte lessicali dell’alunno che tuttavia pur lusingato per gli apprezzamenti ricevuti dopo pochi giorni distrugge tutto il materiale ritenendolo insoddisfacente. Nel contempo il ragazzo comincia a scrivere poesie in italiano e tedesco data la sua spiccata predisposizione per le lingue. Ma perché quella decisione di distruggere un ottimo lavoro? La risposta in parte è già stata anticipata. Francesco Saggini non supererà mai il dolore per aver perso la madre quando aveva solo quattro anni e il padre mentre era sedicenne. E come reazione fin da bambino quasi fosse un novello Leopardi mina progressivamente la sua salute, fisica e psicologica, sottoponendosi ad interminabili e debilitanti sedute di studio. La sua vista comincia ben presto ad affievolirsi così come la sua salute generale. Conduce una vita di solitudine e l’unico momento di conforto è rappresentato dalla poesia e dalle traduzioni.

Manifattura delle Corbe Galzignano - Colli Euganei

I lunghi periodi trascorsi a Villa Saggini di Galzignano vogliono quindi essere per Francesco terapeutici e nel contempo stimolanti per la sua vis poetica. E quando la vista lo sta per abbandonare continua a tradurre poesie tedesche e a scrivere in italiano dettando, ascoltando la lettura degli scritti per poi scartare tutto e ricominciare la dettatura in una continua ricerca della perfezione. Poi, ormai cieco, per chiudere una lirica autunnale detta: “Se sullo scoglio dei presenti affanni rediviva fiorisse un dì la speme?”. Francesco Saggini muore nel 1871, a soli ventuno anni, sconosciuto ai più. Di lui tuttavia scrivono elogi Niccolò Tommaseo e Antonio Fogazzaro informati da Giacomo Zanella che cura la pubblicazione di alcuni versi del talentuoso giovane prematuramente scomparso. Ad assistere fino alla fine Francesco c’è il fratello Angelo, più giovane di due anni. Egli denota fin da bambino il medesimo talento del fratello maggiore per la poesia e le lingue morte e parlate ma con un’indole più solare, meno severa ed esigente nonché molto più aperta al mondo e alle amicizie. Disgraziatamente anche Angelo è di salute cagionevole e fragile vista cui si aggiungono periodi di, come si diceva un tempo, melanconia, oggi depressione. Il giovane come il fratello è alunno di Giacomo Zanella che per confortarlo e incoraggiarlo un giorno gli scrive: “Non si lasci sedurre da certa prosaica facilità, che alcuno vorrebbe far passare come ispirazione spontanea. L’arte è fatica, fatica penosa, perché logora la parte più nobile dell’uomo”.
Angelo decide dunque di alternare lo studio e la poesia a lunghi viaggi dagli amici di Roma e Venezia. Traduce dall’inglese opere di Alfred Tennyson e Henry W. Longfellow. Ma dopo aver dovuto superare anche la prematura morte del terzo fratello Saggini, poco più giovane di lui, incomincia una nuova duplice esistenza, di intellettuale e filantropo, eleggendo per periodi sempre più prolungati la sua residenza a Villa Saggini di Galzignano. Come poeta, pur ignoto ai molti, è comunque valorizzato dagli “addetti ai lavori” e la rivista fiorentina “Letture di Famiglia” comincia a pubblicare i suoi scritti a partire dal 1885:

“E’ l’ora del desio: bacia il morente sole de’ monti le penose chine,
e dopo lungo errar le pellegrine
nubi s’intreccian lliete all’occidente;
del campicello al tacito confine
parlan d’amor gli augei sommessamente
e d’amor la fanciulla si risente
la prima volta, e porge ai baci il crine”.

“Placida scorre l’onda
quasi movesse a un luogo di riposo;
lieve lieve la sponda
cala notturna al suo bacio amoroso…
Com’è senz’onda il fiume
l’alma è senza un sospir, quasi dal velo
terren disciolta. In lume
pio vi si specchian le memorie e il cielo”.

Villa Saggini Galzignano - Colli Euganei

Nel contempo Angelo, animo sensibile, sa cogliere il reale contesto sociale in cui vive da privilegiato scoprendo come a Galzignano (e negli altri paesi dell’area euganea) le condizioni di indigenza siano estremamente diffuse. Si adopera dunque attivamente investendo ingenti risorse economiche in opere caritatevoli e intrattenendo rapporti personali con i suoi compaesani e collaboratori di Galzignano fino a ricoprire anche la carica di sindaco del paese. Ma il vero “capolavoro” di generosità ed altruismo lo compie il 15 maggio 1902 quando redige il suo testamento. A parenti, amici, dipendenti e domestici lascia la proprietà di Monselice acquisita, come visto, nel 1810 dalla famiglia della madre e poi liquidata con la vendita ai marchesi de Buzzaccarini.
Poi istituisce una serie di legati ovvero concede la proprietà di specifici beni al Comune di Galzignano: Villa Saggini, cento campi padovani a Ca’ Oddo di Monselice ed altri cento a Baone. Sempre al Comune lascia una parte del suo patrimonio liquido per l’istituzione di sussidi a domicilio in favore dei malati non abbienti e per la costituzione di doti, pari a cinquanta lire, a vantaggio delle nubende povere. Ma il mal di vivere bussa nuovamente alla porta di questa emerita e straordinaria persona. Preso dallo sconforto nella primavera del 1903 si getta dalla terrazza di Villa Saggini. Nonostante le gravi lesioni sopravvive per alcuni giorni e prima di spirare chiede di essere portato vicino ad una finestra per osservare un’ultima volta i suoi amati Colli. Il 27 marzo 1903 Angelo Saggini, a soli cinquantuno anni, dopo alcuni giorni di agonia lascia questo mondo. Il suo testamento diviene dunque esecutivo ed il Comune di Galzignano decide in seguito di alienare Villa Saggini alla Diocesi di Rovigo che dopo alcuni ampliamenti la rinomina Villa Mater Dei, casa per gli esercizi spirituali. Oggi l’immobile è di proprietà privata. Con il ricavato delle vendita il paese euganeo costruisce un asilo infantile ed una casa di ricovero per anziani che, insieme alle provvidenze per le nubende e i malati poveri, rappresentano la vera “eredità sociale” della famiglia Saggini per la comunità di Galzignano.

Gionata Ceretta