Home » Colli Euganei » Leggende » Il Filò

Il Filò

Il Filò

Le trasformazioni sociali ed economiche degli ultimi cento anni assieme all’avvento delle comunicazioni digitali hanno cancellato alcune tradizioni orali e forme di aggregazione che per secoli sono sopravvissute nel territorio euganeo. Una di queste abitudini scomparse è quella che sicuramente ci manca di più, anche se non lo sappiamo… Si tratta del Filò!
Cos’è questa tradizione scomparsa, così lontana da noi, che abbiamo conosciuto solo attraverso il racconto dei nostri nonni? Il termine “filò” ci fa subito pensare al lavoro del filare, quella mansione che spettava alle donne e che veniva fatta all’interno delle stalle nelle serate d’inverno. Infatti, con la fine dell’autunno i ritmi in campagna cambiavano e gli abitanti colligiani dei piccoli borghi o frazioni non erano più impegnati tutto il giorno nei campi, trascorrevano più tempo a casa e ritornavano a godere dei rapporti sociali e di aggregazione tra vicinato. Eh già, un tempo era essenziale avere una vita comunitaria e di condivisione, le risorse erano poche e serviva l’aiuto ed il sostegno di tutti per poter tirare avanti.Le case erano umide e fredde per la mancanza di riscaldamento, si usava il fuoco per la cena, ma non era sufficiente per resistere al gelo dell’inverno euganeo.
Così, all’arrivo dei primi freddi, le famiglie delle contrade o borghi, si riunivano nella stalla e vi restavano per tutta la serata. Riscaldati dal calore degli animali, uomini, donne e ragazzi erano intenti a sbrigare le loro faccende mentre si raccontavano storie, notizie dei paesi vicini, chiacchiere inutili… insomma, facevano Filò!
Le donne e le ragazze erano impegnate a filare e rammendare, mentre le giovani in età da marito erano intente a preparare la dote di nozze. Gli uomini si dedicavano alla riparazione degli attrezzi e degli arnesi da lavoro o nella creazione di ceste e corbe. I più anziani invece si sdraiavano nel fieno assieme ai ragazzini e restavano ad ascoltare l’unico “che gà studià”, cioè l’uomo più istruito che per tutti leggeva alcune pagine dei pochi libri che si trovavano in circolazione. Ma la magia ed il fascino del Filò stava nelle storie e nelle fole dei “contafavoe”, i poeti che riuscivano a trasportare in un modo surreale e fantastico la misera vita di ogni giorno. I racconti si dividevano tra “fole”, cioè narrazioni fantastiche, più vicine alla fantasia e alla magia e “storie”, racconti quasi reali, che appartengono al mondo contadino e locale, strettamente legate alle credenze popolari e religiose del luogo.
Si trattava anche di temi religiosi per educare la morale dei ragazzi e non mancava mai la recita del rosario, fatta prima che la tarda ora trasformasse il Filò in un luogo di pettegolezzi e maldicenze, fatto di parole grosse e sconce.
I presenti nella stalla a volte potevano essere anche più di 30 e le storie venivano raccontate da più cantastorie, riuscendo così a dare vita ad una nuova forma teatrale, il teatro di stalla!
Questa forma antica di comunicazione era l’unica conosciuta e rendeva il Filò in un momento di scambio di conoscenze dove i più giovani apprendevano l’esperienza degli anziani e, come ricorda lo scrittore Piero Piazzola «il Filò fu l’unico canale di trasmissione e di diffusione di cultura, della povera cultura di allora, ma sempre di una forma di cultura che, altrimenti, sarebbe andata perduta».

Giada Zandonà