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La Cascata di Schivanoia e il Rio Contea

Cascata di Schivanoia

La Cascata di Schivanoia e il Rio Contea

Dall’alto di un precipizio, dopo un salto di alcuni metri, un potente getto d’acqua si infrange sulle rocce creando nuvole di perle argentate illuminate dai bagliori che filtrano tra le fronde di alcuni grandi alberi, è l’incontro con la Cascata Schivanoia, da cui zampilla per tutto l’anno acqua fresca che un tempo alimentava un molino.

Salendo lungo la strada che da Teolo porta a Castelnuovo, al terzo tornante, sulla destra della via, ci si accorge di un sentiero che si immerge in un folto castagneto dagli alberi maestosi. Dopo avere attraversato il fitto bosco e costeggiato un oliveto, rientrati nella boscaglia e percorso un breve tratto si avverte il fragore possente di una caduta d’acqua. Fatti due passi lungo una discesa sulla destra del sentiero, all’improvviso si apre uno spicchio di panorama assolutamente insolito per i Colli Euganei. Dall’alto di un precipizio, dopo un salto di alcuni metri, un potente getto d’acqua si infrange sulle rocce creando nuvole di perle argentate illuminate dai bagliori che filtrano tra le fronde di alcuni grandi alberi. È l’incontro con la Cascata Schivanoia, lo sbocco che delinea l’avvio del Rio Contea-Zovon, uno dei maggiori “calti” degli Euganei. Originata dal crollo di grandi massi di latite, poggianti su un substrato marnoso friabile, l’acqua, più o meno impetuosa, zampilla tutto l’anno ed è particolarmente suggestiva nei periodi caratterizzati da piogge abbondanti e prolungate. In passato aveva una notevole importanza per l’economia della zona in quanto alimentava un molino. I ruderi dell’edificio che lo ospitava sono ancora visibili accanto al sentiero. Nella forra che si apre ai piedi del poderoso spruzzo e nel tratto allagato immediatamente successivo manca una vera e propria flora igrofila, a eccezione della carice maggiore (Carex pendula) e dell’ontano nero (Alnus glutinosa). La velocità della corrente e la pendenza impediscono l’accumulo di sedimenti e, di conseguenza, l’insediamento di entità radicanti nella fanghiglia alveale e spondicola. La vegetazione, ai lati del tratto allagato, è equiparabile a quella che solitamente si incontra nei boschi freschi e ombrosi dei versanti settentrionali dei Colli ma con intrusioni di piante proprie della boscaglia termofila che si trova ai margini superiori soleggiati dell’impluvio, nella parte occidentale.

Typha-latifolia

Tra le piante legnose sono presenti il nocciolo (Corylus avellana), il sambuco comune (Sambucus nigra), il rovo bluastro (Rubus caesius), il bagolaro (Celtis australis subsp. australis), l’alloctona robinia (Robinia pseudacacia), il carpino nero (Ostrya carpinifolia), l’orniello (Fraxinus ornus), l’acero campestre (Acer campestre), l’olmo comune (Ulmus minor subsp. minor) e il biancospino comune (Crataegus monogyna). Le specie erbacee sono rappresentate dall’aromatico aglio orsino (Allium ursinum subsp. ursinum), dal vigoroso elleboro verde (Helleborus viridis subsp. viridis), dalla solida falsa ortica mora (Lamium orvala), dal vistoso ranuncolo canuto (Ranunculus lanuginosus), dalla semplice mercorella perenne (Mercurialis perennis), dal raffinato ranuncolo ficaria (Ficaria verna s.l.), dalla frugale melica comune (Melica uniflora), dalla fragile erba maga (Circaea lutetiana), dal candido bucaneve (Galanthus nivalis), dal delicato anemone dei boschi (Anemonoides nemorosa), dalla discreta cariofillata comune (Geum urbanum), dal curioso anemone fegatella (Hepatica nobilis), dall’aggraziata viola silvestre (Viola reichenbachiana), dal tenace tamaro (Dioscorea communis) e dall’elegante dentaria bulbifera (Cardamine bulbifera) una brassicacea, quest’ultima, sempre sterile e capace di diffondersi esclusivamente attraverso bulbilli ascellari. Le felci si esprimono con la comunissima e rigogliosa felce setifera (Polystichum setiferum), con l’aitante felce maschio (Dryopteris filix-mas) e con il piccolo e armonioso asplenio tricomane (Asplenium trichomanes subsp. quadrivalens) che si può osservare copioso sulle pareti verticali stillicidiose del recesso. Alle piante vascolari, favorite dai gocciolii vaporosi, che quasi ovunque si espandono, si uniscono numerose specie di muschi e di epatiche che fregiano, con figurazioni molteplici, i massi del fondo e le fiancate scoscese. Dopo il balzo, l’acqua scorre rapida verso valle levigando la roccia terrigena sottostante e facendo emergere il suo tipico colore grigio-giallastro.

lathyrus-vernus

A poche decine di metri dalla cascata, proprio sulla sponda, impreziosisce lo scenario una vasta popolazione di latrea comune (Lathraea squamaria) un’orobancacea parassita degli alberi e dei frutici che circondano l’alveo del rio. I racemi rosati, privi di parti verdi, a chi costeggia le rive in aprile, non possono passare inosservati. La corrente si attenua man mano, ma essendo i depositi praticamente nulli, le elofite (piante con l’apparato radicale sommerso) continuano a mancare quasi completamente. La forra continua ad essere molto stretta ma all’alveo si affacciano nuove piante tra cui la lingua cervina (Asplenium scolopendrium subsp. scolopendrium) una felce dalle lunghe fronde intere, il piccolo ma coriaceo epimedio alpino (Epimedium alpinum), la tardiva canapetta pubescente (Galeopsis pubescens), la scrofularia nodosa (Scrophularia nodosa) una pianta tempo usata per curare l’adenite tubercolare, la dentaria a nove foglie (Cardamine enneaphyllos) dalle foglie a tre segmenti tipicamente verticillate, l’alliaria comune (Alliaria petiolata), la polmonaria comune (Pulmonaria officinalis) dalla lamina fogliare caratteristicamente macchiata, l’imponente felce aquilina (Pteridium aquilinum subsp. aquilinum) e la girardina silvestre (Aegopodium podagraria) dalle tipiche ombrelle a numerosi raggi, prive di involucro.

Isopyrum_thalictroides

Passata la località Contea, nella zona Molinarella-Ponte di Riposo la base si apre in ampie spianate, coltivate o tenute a prato lungo la sponda destra, ma popolate da una fitta boscaglia igrofila di nocciolo a lato della riva sinistra dove, in mezzo a una folta popolazione di pungitopo (Ruscus aculeatus), è possibile osservare l’unica stazione di peonia selvatica (Paeonia officinalis subsp. officinalis) degli Euganeai [sono da indagare le piante di M. Fasolo, interpretate, da alcuni autori, come peonia maschio (Paeonia mascula)] conosciuta attualmente (Masin, 2015). Tra le sponde e l’alveo si ergono particolarmente rigogliosi numerosi individui di ontano nero accompagnati dal salice bianco (Salix alba), dal pioppo nero (Populus nigra), dal corniolo sanguinello (Carnus sanguinea subsp. hungarica), dalla berretta del prete (Euonymus europaeus), dal prugnolo spinoso (Prunus spinosa), da grovigli di edera (Hedera helix subsp. helix), clematide vitalba (Clematis vitalba) e rovi (Rubus ulmifolius, Rubus ser. Glandulosi) e da un gigantesco individuo di spino di Giuda (Gleditsia triacanthos). Molto interessante, in questo contesto, è la presenza del salice cinereo (Salix cinerea) un alberello frequente in pianura, ma insolito, in quota, nel Distretto Euganeo e, a un primo sguardo, confondibile con il più comune salice delle capre o salicone (Salix caprea).

Epilobium_parviflorum

Se l’osservazione dei suoi fiori, dei frutti e delle foglie ci lascia indecisi, una limitata decorticazione di un rametto del secondo anno consentirà di osservare, sul legno sottostante, delle vistose salienze (assolutamente non presenti nel salicone) che permetteranno di fugare ogni dubbio sull’appartenenza specifica della pianta. Sulla parte alta della riva, in maggio, si notano anche le grandi corolle rosa pallido dell’armatissima rosa selvatica (Rosa canina), ma occorre fare attenzione a non confonderle con quelle di una rosa ornamentale alloctona invasiva che cresce a pochi passi (Rosa multilora), distinguibile per i numerosi e minuscoli fiori bianchi riuniti elegantemente a grappolo, per il fusto quasi inerme e per le stipole sfrangiate cosparse di fitte ghiandole (sarebbe buona pratica estirparla immediatamente in quanto, in varie zone degli Euganei: Colle di S. Daniele, Regianzane, Valdimandria, ecc., ha dato vita a intrichi impenetrabili capaci di inibire qualsiasi sviluppo della flora autoctona). Grazie a numerosi sbarramenti artificiali nel fondale del rivo si accumulano strati cospicui di sedimenti, tanto che in uno slargo, di recente creato, a valle del tributario che proviene dalla vicina Busa dell’Oro, una popolazione di lisca maggiore (Typha latifolia), contornata da vari nuclei di garofanino d’acqua (Epilobium hirsutum) e costellata dalle candide campanelle del vilucchione (Calystegia sepium), si estende al punto da dare rifugio ad una colonia di gallina d’acqua (Gallinula chloropus).

Equisetum_telmateia

Da questo luogo in poi la disadorna coda cavallina dei campi (Equisetum arvense subsp. arvense) e la più elegante coda cavallina massima (Equisetum telmateia), prima sporadiche lungo le sponde, diventano comuni. Poco lontano si esalta la felce setifera e nel bosco vicino appaiono la policroma cicerchia primaticcia (Lathyrus vernus), la felce dilatata (Dryopteris dilatata), il polipodio sottile (Polypodium vulgare), la minuscola moehringia a tre nervi (Moehringia trinervia), la nivea stellaria garofanina (Stellaria holostea), la scilla silvestre (Scilla bifolia) dai vistosi fiori azzurro-violetti, il sigillo di Salomone maggiore (Polygonatum multiflorum) dal rizoma odorante di sambuco, il dimesso romice sanguineo (Rumex sanguineus) e la riservata borracina cepea (Sedum cepaea). Solo con qualche individuo sparso si manifesta infine, dentro un anfratto madido, il gracile isopiro comune (Isopyrum thalictrodes) una rara ranuncolacea che, quando appare, in aprile, può essere confusa con il comune anemone dei boschi. Il conteggio dei fiori tuttavia, mai singoli, all’apice del caule, permetterà di fugare ogni dubbio. Il rio comincia a scorrere tra i piedi della Rovarola (il colle che ha dato la sua pregiata trachite ai palazzi, alle piazze e alle chiese di tutta Italia) e quelli del M. Comun e acquista un nuovo vigore. Fluisce rapido verso valle ma, più in basso, numerose barriere ne attenuano di nuovo la forza e l’impetuosità e, così placato, offre asilo, nel suo letto, al grazioso garofanino a fiori piccoli (Epilobium parviflorum), alla vigorosa canapa acquatica (Eupatorium cannabinum subsp. cannabinumm), ai delicati cappellini comuni (Agrostis stolonifera), al duttile giunco comune (Juncus effusus) una specie un tempo molto ricercata e usata per legare i ricacci primaverili delle viti, al poco elegante romice conglomerato (Rumex conglomeratus), all’esile dulcamara (Solanum dulcamara) una liana tipica delle sponde (i rami, dal sapore prima amaro e poi dolce, in passato, venivano masticati dai bambini), alla leggiadra salcerella (Lythrum salicaria), al gramignone minore (Glyceria notata), alla veronica acquatica (Veronica anagallis-aquatica) e al compatto crescione d’acqua (Nasturtium officinale) una brassicacea commestibile ma che, data la qualità dell’acqua, qui non è il caso di cogliere. Dalla linea del ponte che porta alle cave di trachite, le due ultime specie diventano comuni e caratteristiche dell’alveo inondato fino in pianura.

Salix_cinerea

Le sponde, per lunghi tratti, ospitano una fitta popolazione di sambuco ebbio (Sambucus ebulus) una pianta erbacea velenosa da non confondere mai con il sambuco nero quando si vanno a cogliere i fiori o i frutti. Pericolosa in questo segmento del torrente, per l’impatto ambientale che può avere, è la presenza di alcune alloctone molto invasive, purtroppo spesso messe a dimora a scopo ornamentale: la paulownia (Paulownia tomentosa), la buddleja (Buddleja davidii) qui non ancora diffusa ma divenuta una vera e propria emergenza ambientale in varie parti d’Italia, la pseudosasa giapponese (Pseudosasa japonica) un bambù in fase di prima espansione e il pioppo canadese (Populus canadensis) un grande albero largamente coltivato per la carta e capace di colonizzare i greti dei fiumi e persino le dune costiere. Tra queste quella che sembra fare più danno sugli Euganei, attualmente, è la paulownia, un grande albero, di origine asiatica, dalle foglie gigantesche, coltivata in Europa fin dai primi decenni dell’800. In alcuni boschi dei Colli è divenuta una vera piaga e, lungo il rio, ormai, purtroppo, si è abbondantemente insediata nelle fessure che si aprono tra i grandi massi posti a protezione della sponda. Sulle rive è anche possibile osservare, nati spontaneamente, anche il platano comune (Platanus hispanica), il noce comune (Juglans regia), l’invasivo gelso della carta (Broussonetia papyrifera), il fico (Ficus carica) e il gelso bianco (Morus alba). Volgendo lo sguardo verso la corrente dal bellissimo ponte in pietra, posto all’incrocio delle strade che portano a Vo’ e a Carbonara, sarà possibile notare, sulle sue pareti, l’antesi del ciombolino comune (Cymbalaria muralis subsp. muralis) una bellissima scrofulariacea dai leggiadri fiori lillacini con il cuore giallo. A valle del ponte l’ ammasso di limi permette il proliferare del crescione d’acqua, della veronica acquatica e della gamberaia maggiore (Callitriche stagnalis), ma soprattutto, lo sviluppo di folti nuclei di scagliola palustre (Phalaris arundinacea) una poacea a un primo sguardo simile alla cannuccia palustre (Phragmites australis), che preannunciano la mitigazione della corrente e un più calmo scorrere del rivo, qui con il nome mutato di Rio Zovon, fino allo Scolo Canaletto e poi al Canale Bisatto nei pressi di Vo’ Vecchio dove muore.

Paeonia-officinalis

Il tratto a valle di Zovon ha la sponda invasa da numerose specie ruderali, dove spicca la coda cavallina ramosissima (Equisetum ramosissimum). Il suo aspetto è poco gradevole e uniforme, ma è possibile scorgere varie piante che ne interrompono la monotonia, tra esse: la menta a foglie rotonde (Mentha suaveolens), il verbasco barbastio (Verbascum phlomoides), la salvastrella minore (Poterium sanguisorba subsp. balearicum), i vecciarini (Securigera varia), la borracina rupestre (Sedum rupestre), la citronella (Melissa officinalis subsp. officinalis), la radicchiella dolce (Crepis pulchra subsp. pulchra), l’altea canapina (Althaea cannabina) e la cinquefoglia diritta (Potentilla recta). Proseguire il cammino, nel tratto successivo, soprattutto durante la tarda primavera e l’estate, per la mancanza di tracciati idonei e a causa dello sviluppo delle alte erbe, è un’esperienza poco gradevole. È estremamente suggestivo invece, muniti di un paio di stivali a gamba lunga, scendere nel torrente, tra la Cascata Schivanoia e Molinarella e godersi, a più riprese, tra marzo e maggio, la lunga e prodigiosa scena dell’affermazione delle piante del sottobosco prima che le chiome degli alberi, nel frattempo divenute fitte di fogliame, coprano di ombre le tracce del loro apparire. Quattro passi nei dintorni, infine, permetteranno di incontrare numerose altre specie che la selva non rivela al visitatore frettoloso, tra le quali alcuni suffrutici ed entità erbacee caratteristiche: l’orchidea maschia (Orchis mascula), la stellina dorata (Gagea lutea), la stellina dei campi (Gagea villosa), l’anemone giallo (Anemonoides ranunculoides), la platantera verdastra (Platanthera clorantha), il rarissimo geranio nodoso (Geranium nodosum), l’asplenio maggiore (Aslenium onopteris), la carice delle selve (Carex sylvatica), il ranuncolo dei boschi (Ranunculus nemorosus), la carice verde pallida (Carex pallescens), il ranuncolo botton d’oro (Ranunculus cfr. mediogracilis), la carice pelosa (Carex pilosa), la veronica medicinale (Veronica officinalis), il trifoglietto legnoso (Dorycnium herbaceum), il cacciadiavoli montano (Hypericum montanum), il citiso peloso (Cytisus hirsutus), l’eliantemo maggiore (Helianthemum nummularium subsp. obscurum), il trifoglio medio (Trifolium medium), l’alchechengi comune (Physalis alchechengi), la cicuta maggiore (Conium maculatum), la cerretta comune (Serratula tinctoria subsp. tinctoria), la salvia vischiosa (Salvia glutinosa), la salcerella a foglie d’issopo (Lythrum hyssopifolia), l’enula aspra (Inula salicina), l’euforbia a foglie di mandorlo (Euphorbia amygdaloides), l’ibrido tra la fece setifera e la felce aculeata (Polystichum x bicknellii), il poligono persicaria minore (Persicaria minor), il raro cerfoglio lappolina (Anthriscus caucalis), la campanula a foglie di pesco (Campanula persicifolia) e l’erba lucciola mediterranea (Luzula forsteri). Tra le essenze arboree e arbustive appaiono, alcune frequenti e altre più rare: il carpino bianco (Carpinus betulus), la madreselva comune(Lonicera caprifolium), il melo selvatico (Malus sylvestris), il biancospino selvatico (Crataegus laevigata), il viburno lantana (Viburnum lantana), la roverella (Quercus pubescens), il nespolo (Mespilus germanica), la rosa cavallina (Rosa arvensis), la cornetta dondolina (Emerus major subsp. emeroides), il corniolo maschio (Carnus mas) e il ligustro (Ligustrum vulgare). Una passeggiata, a partire dai boschi di Schivanoia, con meta le pendici settentrionali della Rovarola, per chi vuole davvero conoscere i Colli Euganei, è d’obbligo.

Rizzieri Masin

Info:
Cascata di Schivanoia

Come arrivare:
Nella strada che da Teolo porta a Castelnuovo,
al terzo tornante sulla destra parte il Sentiero per la Cascatella Schivanoia