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Nel fuoco Dannunziano: Lievi, i Colli Euganei

Colli Euganei e Dintorni

Nel fuoco Dannunziano: Lievi, i Colli Euganei

I Colli Euganei sono soffi di primavera,
petali del sentimento e della poesia,
ricordo di un amore antico e promessa di un altro amore.

Chi insegnò ai mastri vetrai la loro arte fu la città d’origine, Venezia. Quando plasmano la pasta vitrea grazie all’incandescenza delle fiamme, soffiandola poi in manufatti dalla cangiante policromia, essi emulano (ne siano consapevoli o meno) ciò che Venezia fa di sé allorché gli ardori della luce non semplicemente lambiscono, bensì intridono le sue acque, restituendo poi al cielo, in una ciclica (eppure sempre nuova) reciprocità di riflessi, i raggi luminosi. Il fuoco sotto la cui insegna si pone il romanzo di Gabriele d’Annunzio che, edito nel 1900, inaugura il secolo con l’esplicita ricerca – aspirazione perseguita tanto dall’autore quanto dal protagonista, Stelio Éffrena – di un’arte in cui si amalgamino poesia, musica, danza, è dunque in primo luogo il fuoco di Venezia, ovunque serpeggiante.
La magia di questo fuoco, essenza della Serenissima e contagio creativo per chi, come il drammaturgo Éffrena, sia animato da un possente slancio immaginifico, consiste nella convivenza con l’acqua sulla quale Venezia innalza le sue aeree architetture; si tratta anzi di un fuoco che, alla stregua della mitica Afrodite, nasce da quelle acque ricolme di abbaglianti e incognite rifrazioni, mutevoli e metamorfiche mentre irridono le distinzioni fra gli elementi; è un fuoco, prodigiosamente sinestetico, che diviene liquida luce, pervasa, inoltre, da intense memorie di orti fiorenti e di freschezza d’aria.
Alchimista della parola quanto Venezia lo è dei suoi splendori, Stelio Éffrena si muove entro la città – seducente, misteriosa, sottilmente inquieta – insieme a una donna, l’attrice Foscarina, sua musa, soprannominata Perdita. L’alternanza, variamente compenetrata, di scintille e addensamenti ombrosi che permea Venezia si rispecchia e scinde nel temperamento della coppia. Stelio, infatti, arde per la febbre della creazione artistica, Foscarina (il cui nome già suggerisce l’oscurità che la donna racchiude entro di sé) brucia invece, per il timore di essere abbandonata, di desiderio e frustrazione. Il suo fuoco non irradia scintille né affina, bensì consuma e logora, prossimo a farsi cenere.
E in questa cornice, vibrante e tesa fra acque e cieli che ardono, mentre Venezia si abbandona all’autunno, alcune parentesi descrittive – brevi, ma intense: respiri dell’anima in cerca di pace – vengono dedicate ai Colli Euganei.

Foto Arthur Cross - Colli Euganei

Le linee ondulate del loro profilo non sono meno importanti perché lontane; anch’essi, come Venezia, si metamorfosano… ma la loro è, sempre, una metamorfosi di delicatezza e levità. Sono, in primo luogo, le ali di giganteschi e silenti uccelli placidi nel sonno:

Vide […] i cieli lontanissimi, gli alberi, le cupole, le torri, la laguna estrema su cui s’inclinava la faccia del crepuscolo, i Colli Euganei ceruli e quieti come le ali ripiegate della terra nel riposo della sera 1.

Sono poi, nella fantasticheria di Stelio che vagheggia un pellegrinaggio da compiere insieme a Foscarina presso l’ultima dimora di Petrarca, ancor più alati che le ali stesse: divengono velature d’aria, petali di pesco nel vento, rosate conchiglie memori di un’origine marina: non appartengono, dunque, veramente alla terra (così come alla terra sola, del resto, non appartiene la poesia):

“Guardate laggiù i Colli Euganei, Foscarina. Se il vento si leva, andranno vagando per l’aria come veli, ci passeranno sul capo. Non li ho mai veduti così trasparenti… Un giorno vorrei andare con voi ad Arquà. I villaggi sono rosei laggiù come le conchiglie che si trovano nella terra a miriadi. Quando arriveremo, le prime gocce d’una pioggerella improvvisa toglieranno qualche petalo ai fiori dei peschi. Ci fermeremo sotto un arco del Palladio, per non bagnarci. Poi cercheremo la fontana del Petrarca, senza domandare a nessuno la via. […] Volete che andiamo, un giorno di primavera, ad Arquà?” 2

"Evoluzioni" Lara Breda - Colli Euganei

Sono, per Foscarina, la gentilezza del mondo:

Ella ripensò i Colli Euganei, i villaggi rosei come le conchiglie fossili, le prime gocce della pioggia su le foglie nuove, la fontana del Petrarca, tutte le gentili cose.
– La vita ancóra potrebbe essere dolce! – sospirò, con una voce che fu il miracolo della speranza in punto di rinascere 3.

Creature forti, ma quiete nel riposo che calma la febbre interiore di chi le contempli, i Colli Euganei sono soffi di primavera, petali del sentimento e della poesia, ricordo di un amore antico e promessa di un altro amore. Nel sogno di Foscarina, semplicemente (semplicemente?) sono questo: soavità possibile di una vita nuova.

1 Gabriele d’Annunzio, Il Fuoco, a cura di Niva Lorenzini, Milano, Mondadori, 1996, p. 137. La medesima immagine, che trasfigura i Colli Euganei nelle grandi ali reclini della terra assopita, compare verso la conclusione del romanzo, formulata con identiche parole (il soggetto del verbo reggente, “vedere”, risulta però plurale). Cfr. ivi, p. 321.
2 Ivi, pp. 210-211.
3 Ivi, p. 222; sulla rinascente dolcezza dell’esistere, cfr. anche ivi, p. 225.

Francesca Favaro