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Piante Velenose e Tossiche dei Colli Euganei

Piante Velenose e Tossiche
dei Colli Euganei

Una passeggiata, anche breve, per i Colli ci fa incontrare quasi sempre piante che i manuali indicano come medicinali. Non in tutte le pubblicazioni, però, viene messa adeguatamente in evidenza la pericolosità di alcune specie che sono state usate in passato in fitoterapia o che vengono usate anche attualmente, ma delle quali l’impiego deve essere fatto sotto stretto controllo medico. Numerose, infatti, sono le fitotossine in esse contenute che, senza un adeguato dosaggio, possono provocare gravi intossicazioni o addirittura avvelenamenti mortali.
Tossicità e proprietà curative nelle piante sono spesso associateIl colchico, ad esempio (una specie comune nei prati aridi degli Euganei), se assunta in una dose di 10 mg è un veleno mortale ma, presa in dosi clinicamente testate, ha effetti molto positivi nella cura della gotta e dell’artrite gottosa. Gli effetti tossici di alcune piante sono noti fin dall’antichità. In un testo medico riportato in un papiro risalente probabilmente alla XVIII dinastia egizia, noto come “Papiro Ebers ” vengono menzionate come tossiche la canapa indiana, il giusquiamo e il papavero da oppio. Attualmente, solo per riferirci all’ultima delle tre specie citate, sono ben noti e documentati gli effetti analgesici della morfina somministrata a  livello terapeutico e quelli nefasti del suo derivato: la diacetilmorfina, più comunemente nota come eroina. La cicuta, un’apiacea comune sugli Euganei, contiene diversi alcaloidi tossici mortali, ma che nella medicina popolare trovava impiego come antinevralgico, antiepilettico e come inibente l’eccitazione sessuale femminile, ad Atene, già nel quinto secolo a.C., veniva somministrata ai condannati a morte e fu utilizzata per l’esecuzione di Socrate nel 399 a.C.. Piante, proprietà medicinali  e tossicità trovano nella storia ampia trattazione.
In due trattati “Theriaca  e “Alexipharmaca  attribuiti a Nicandro di Calofone, vissuto durante il II secolo a.C. nella Ionia greca, vengono descritti ben 22 veleni di origine animale, minerale e vegetale, tra essi quelli derivati dalla cicuta, dal papavero da oppio, dal tasso e dall’aconito. I Romani appresero dagli Etruschi e dai Greci la medicina e la conoscenza dei veleni. Tra i medici arrivati a Roma si distinse il botanico, medico e farmacista greco Dioscoride, presente in città al tempo di Nerone, il quale, in un ampio trattato “De materia medica” divulgò le nozioni sui farmaci e sui veleni conosciuti in quel periodo e citò oltre 600 diverse specie di piante. Successivamente Plinio il Vecchio, il famoso naturalista morto nel 79 d.C. a Stabia a causa dell’eruzione del Vesuvio, nella sua opera “Naturalis Historiae”  descrisse circa 1000 piante con effetti medicinali. Durante il Medioevo lo studio dei veleni si sviluppò in seguito alle osservazioni degli Arabi e della Scuola Medica Salernitana (XI-XIII secolo). Il medico e filosofo persiano Avicenna (X-XI secolo), nella sua “Bibbia medica” tratta di veleni vegetali, minerali e animali. Si narra che alcuni medici della Scuola Salernitana fossero famosi per la loro abilità nella preparazione dei veleni e dei relativi antidoti. Avenzoar, un medico arabo vissuto durante il XII secolo, delineando i disturbi dell’occhio, dimostra di conoscere l’attitudine della belladonna (e quindi del suo derivato l’atropina, un farmaco che assunto in dosi eccessive può causare la morte) a ingiungere la dilatazione delle pupille.

Theriaca
Una vera e propria scienza delle piante e dei principi attivi, però, comincerà a svilupparsi solo con l’avvento della chimica moderna. Elementi religiosi, astrologici e scientifici, nei trattati medici, prima non trovavano ancora una netta separazione. È noto che durante il Basso Medioevo e all’inizio dell’Età Moderna, la mandragora, per le sue proprietà allucinogene, era considerata l’erba usata dalle streghe nei loro riti e possederne una pianta comportava immediatamente l’accusa di stregoneria. Nei documenti di alcuni “maghi”, che si sono conservati dall’epoca medievale, vengono descritti dei cosiddetti “incantesimi” in cui la sostanza più nominata è la mandragora. Ancora durante il Cinquecento il medico, alchimista e astrologo svizzero Paracelso sosteneva che la sifilide fosse causata da una combinazione tra l’atto sessuale e l’influsso astrale e vedeva i cambiamenti naturali dovuti a spiriti interni alla natura stessa. Durante lo stesso secolo non pochi erano i medici che sostenevano l’inutilità dell’anatomia per conoscere l’origine delle malattie.
Allo sviluppo della medicina moderna, purtroppo, si è lungamente contrapposta la superstizione e non pochi sono stati anche gli impedimenti legali alla pratica delle attività mediche sperimentali. Per secoli i sintomi isterici, ad esempio, hanno trovato interpretazioni di carattere soprannaturale, con migliaia di donne messe al rogo e, ancora adesso qualche caso particolare di isteria da qualcuno non è riconosciuto come tale e viene attribuito a influssi demoniaci. Per arrivare all’isolamento dei principi attivi delle piante passeranno dei secoli.
La morfina venne isolata nel 1805, la stricnina (un derivato velenoso mortale della noce vomica) nel 1817, la caffeina nel 1820 e la nicotina nel 1828. L’acido acetilsalicilico venne separato nel 1853 e verso la fine del secolo, raffinato dalle sostanze tossiche, divenne un prodotto commerciale: la famosa Aspirina. Attualmente i principi attivi che hanno effetti sull’organismo umano sono largamente conosciuti e adoperati nella cura delle più svariate malattie. L’elencazione dei composti chimici che agiscono positivamente su una determinata patologia o che inducono conseguenze dannose su un organismo, esula dallo scopo di questa elementare trattazione.
Il testo che segue, inoltre, non è, in alcun modo, frutto di attività sperimentali da noi effettuate, ma è tratto dalla pubblicistica medica e fitoterapica; di nostro c’è solo l’indicazione dei luoghi o degli habitat in cui si possono osservare le piante elencate. L’unico scopo che ci proponiamo, infatti, è quello di rendere nota la presenza sugli Euganei di alcune delle più note piante che sono state usate in passato o che vengono ancora impiegate nella medicina naturale, ma che in letteratura sono considerate ad alta tossicità.
Abbiamo avuto modo sin da bambini di seguire i metodi di alcuni “guaritori” euganei. Ci è capitato di vedere curare la scrofolosi con frizioni a base di rizomi di scrofularia comune, le malattie del pollame con bevande rinfrescanti a base di corteccia di orniello e la sciatica con cataplasmi revulsivi a base di ranuncolo. Se le due prime pratiche risultano assolutamente innocue, la terza può creare sicuramente qualche inconveniente alla pelle se non eseguita alla perfezione. Il problema quindi non è erbe sì o erbe no, ma quali erbe e come. Noi non diamo nessun suggerimento terapeutico; non siamo erboristi e tanto meno medici. L’invito che facciamo a chi, come noi, fa uso medicinale di piante o di composti derivati da piante è quello di evitare assolutamente il “fai da te” e di rivolgersi sempre, per la diagnosi e per la cura di una qualsiasi alterazione dello stato di salute, anche lieve, a un medico specializzato. Ricordiamo, inoltre, che nell’area del Parco Regionale dei Colli Euganei la raccolta di vegetali o di parti di vegetali è regolamentata.

Cicuta – Conium maculatum L. subsp. maculatum (Apiaceae)
La cicuta, secondo vari autori, ha proprietà antispasmodiche e sedative. In passato, nella medicina popolare trovava utilizzo come calmante, antidolorifico, antinevralgico, antiepilettico, antitussivo e inibente dell’eccitazione sessuale femminile. A fronte dei benefici che può arrecare, l’apiacea, però, si dimostra altamente tossica; 5 grammi di foglie, infatti, sono sufficienti a provocare paralisi respiratoria. Dato l’alto contenuto di due alcaloidi, la coniina e la conidrina che possono provocare avvelenamenti mortali, il suo uso in fitoterapia quindi è assolutamente da evitare. La coniina, agisce a livello delle sinapsi neuromuscolari provocando paralisi, in particolare quella dell’apparato respiratorio. La morte sopraggiunge per asfissia. È famosa l’esecuzione del filosofo ateniese Socrate (469 a.C.-399 a.C.), avvenuta attraverso un decotto di acheni (frutti) di cicuta. Pianta erbacea biennale frequente negli incolti umidi, nelle sponde dei fossi e nelle siepi in tutto il Distretto Euganeo.

Cicuta - Conium maculatum L. subsp. maculatum (Apiaceae) - Colli Euganei

Edera comune Hedera helix L. subsp. helix (Araliaceae)
L’edera comune viene considerata efficace nella cura delle affezioni bronchiali, della cellulite, dei dolori articolari, delle nevralgie e delle micosi vaginali. Tutta la pianta, però, è velenosa; in particolare lo sono i frutti e le foglie. Le conseguenze dell’intossicazione sono il vomito, la diarrea, i dolori addominali e la nausea. La specie contiene saponine, flavonoidi, l’alcaloide emetina e i glicosidi ederagenina ed ederina. Il suo uso in automedicazione è da evitare in ogni caso. Arbusto rampicante comunissimo ovunque nei boschi, nelle siepi e su muri ombrosi.

Edera comune Hedera helix L. subsp. helix (Araliaceae) - Colli Euganei

 

Iva comune, bugola Ajuga reptans L. (Lamiaceae)
L’iva comune è stata a lungo impiegata come vulnerario, astringente e antinfiammatorio del cavo orofaringeo. Esistono attualmente articoli scientifici in cui si afferma che si tratta di una pianta epatotossica. Secondo questi studi alcuni componenti presenti nella pianta, i diterpeni neoclerodanici, hanno effetti necrotizzanti sul parenchima epatico e possono provocare gravi epatiti. Specie da non usare in alcun modo in automedicazione. Erbacea perenne comunissima nei luoghi erbosi in tutto il Distretto Euganeo

Gigaro chiaro, pan di serpe Arum italicum Mill. (Araceae)
Le foglie ed il rizoma del gigaro chiaro trovano utilizzo come coadiuvante nelle affezioni delle prime vie respiratorie. Da freschi sono tossici e non vanno mai usati in automedicazione. Poiché i composti nocivi del rizoma sono termolabili e diminuiscono, sino quasi a dissolversi semplicemente con l’essiccazione, in passato questo, in quanto composto per il 70 per cento di amido, veniva mescolato alla farina. Estremamente velenosi sono i frutti per la presenza di alcaloidi e glucosidi cianogenetici. La loro ingestione è assolutamente da evitare in quanto provoca accelerazione del battito cardiaco, vomito, diarrea, ed emorragie. Erbacea perenne comune nel Distretto Euganeo lungo i fossi, negli incolti umidi, nelle siepi e nei boschi.

Gigaro chiaro, pan di serpe Arum italicum Mill. (Araceae) - Colli Euganei

Ligustro Ligustrum vulgare L. (Oleaceae)
La corteccia, i fiori e le foglie di ligustro vengono indicati come amaricanti, astringenti, tonici, digestivi e antinfiammatori delle mucose del cavo orale. L’olio di ligustro viene ritenuto efficace nelle frizioni contro i dolori. I frutti sono tossici e la loro ingestione provoca irritazione gastrica, vomito e diarrea. In passato, insieme ai frutti della cremesina uva-turca (Phytolacca americana), venivano usati per colorare di rosso il vino di scarsa qualità. Specie usata nella medicina cinese e in omeopatia. Comune nelle boscaglie termofile, nelle siepi e nei cespuglieti.

Ligustro Ligustrum vulgare L. (Oleaceae) - Colli Euganei

Tamaro Dioscorea communis (L.) Caddik & Wilkin (Dioscoreaceae)
Il tamaro, secondo vari autori, contiene principi emetici (favoriscono il vomito), purgativi, emolitici (provocano la distruzione dei globuli rossi) e risolventi (portano alla maturazione degli ascessi), presenti soprattutto nella radice. Trovava utilizzo nella medicina popolare come lassativo, antireumatico e rubefacente (richiama il sangue negli strati superficiali della pelle). Il succo della radice da taluni è ritenuto efficace contro i calcoli renali e le patologie respiratorie. Le varie parti, però, a eccezione dei giovani germogli, contengono principi tossici che possono provocare gravi avvelenamenti. In particolare sono velenose mortali le bacche; si calcola, infatti, che l’ingestione di 4-5 bacche possa essere letale per un bambino. Specie da non usare in alcun modo per automedicazione. Erbacea lianosa comune nei cespuglieti e ai margini delle boscaglie termofile sui rilievi del Distretto ma rara in pianura. I giovani getti vengono consumati cotti in vari modi. Un tempo, tra i bambini dei Colli era in uso assaggiare i germogli di tamaro crudi

Tamaro Dioscorea communis (L.) Caddik & Wilkin (Dioscoreaceae) - Colli Euganei

Stramonio Datura stramonium L. subsp. stramonium (Solanaceae)
La solanacea secondo vari autori ha proprietà antidrotiche (arrestano o diminuiscono la sudorazione), allucinogene e sedative. È, però, considerata tossica in tutte le sue parti e in grado di provocare gravi avvelenamenti, anche mortali. I sintomi dell’avvelenamento insorgono dopo circa 40 minuti dall’ingestione e si manifestano con crisi di panico, vertigini, eccitazione, delirio, allucinazioni, comportamento aggressivo, difficoltà di minzione, ipotermia e, nei casi più gravi, depressione dei centri bulbari della respirazione, ipotensione, coma e decesso. Specie da non usare mai in automedicazione. Erbacea annuale frequente negli incolti e nei campi a riposo estivo in tutto il Distretto.

Stramonio Datura stramonium L. subsp. stramonium (Solanaceae) - Colli Euganei

Vincetossico Vincetoxicum hirundinaria Medik (Apocynaceae)
Il vincetossico, nella medicina popolare, in passato, trovava impiego per le sue proprietà diuretiche, diaforetiche, depurative e sudorifere. Con i suoi derivati si curavano gli edemi di origine cardiaca e renale. Contiene glicosidi e alcaloidi tossici che possono provocare crampi, vomito, salivazione abbondante, diarrea, paralisi cardiaca e, nei casi più gravi, il decesso. A livello topico viene detto efficace come vulnerario. Specie da non usare, in alcun caso, per uso interno, in fitoterapia. Trova impiego come rimedio omeopatico nella cura dell’ipertensione. Erbacea comune perenne ai margini dei boschi termo-mesofili e nei cespuglieti soleggiati sui rilievi; rara in pianura.

Vincetossico Vincetoxicum hirundinaria Medik (Apocynaceae) - Colli Euganei

Rizzieri Masin