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Rumore di Cicale

stefania montin

Rumore di Cicale

La zia più anziana aveva un suo proverbio che tirava fuori appena arrivava l’estate: “Giugno la falce in pugno”. Sì, era proprio quello il tempo della mietitura. Nel nostro piccolo campo ce n’era poco di frumento, ma al momento giusto ecco che quelli più forti di famiglia partivano verso il campo per la mietitura. Noi dovevamo stare un po’ alla larga essendo ancora piccoli “per non andare a cercare un qualcosa che non andava attorno alla falce”. La zia più vecchia invece, pazientemente ci teneva lì, più lontano, insegnandoci molte cose. «Vedi, – ci diceva – da queste spighe dorate poi verrà fuori il pane al momento giusto. Prima si va al mulino, a macinare, dalle spighe uscirà la farina e poi con quella il fornaio farà il pane, così buono e profumato». Intanto la zia prendeva le spighe a manciate, tagliandole con il seghetto o falce. Il pane! pensavo io, osservando il mare giallo di spighe ricamato da papaveri rossi e celesti fiordalisi. Com’era bella quella distesa, sembrava un quadro vivo di un pittore famoso, che però odorava di pane. Quante belle cose utili ci regalava la terra dei nostri Colli Euganei. «Come vuol bene la Gemma alle sue colline – diceva un’amica un giorno – le chiama “le mie colline”, proprio come fossero di sua proprietà». Leggendo delle frasi di Cesare Pavese mi incantai pensando a quanto erano belle e vere: “Cieli e piante – stagioni e ritorni – ritrovamenti e dolcezze. La vigna è fatta anche di questo. Un miele per l’anima e qualcosa nel suo orizzonte apre plausibili vedute di nostalgia e speranza”. Sì, erano frasi così belle e vere da sentirmi commossa.

bimba grano

Ma torniamo alla mietitura, finita la raccolta delle spighe arrivava la trebbia che si fermava in ogni fattoria. Il nostro frumento era poco allora, portavamo le “foje”, i covoni, nel cortile dei vicini. Il papà andava ad aiutarli e lo seguiva anche la mamma, da brava lavoratrice, anche se papà non avrebbe voluto perché era un lavoro duro. Ho un ricordo chiaro di uno di questi giorni di trebbiatura. Suonava la campana di mezzodì, io ero arrivata timorosa accanto alla macchina appena spenta. Le zie mi avevano dato un fagottino con il pranzo per mamma e papà. «Siediti qui» diceva la mamma, lisciando l‘erba con le mani. Lei mi aveva visto arrivare, perché avevo colto le sue occhiate dai bordi del fazzoletto a quadri messo davanti alla bocca per proteggersi dalla polvere. Tutti i gruppetti dei lavoratori erano seduti sotto l’ombra di un grande albero e mangiavano volentieri, parlando e ridendo a tratti. Io, seduta accanto alla mamma e papà, seppur piccolina, mi sentivo grande e mai come in quel momento capivo il bene, l’amore dei miei genitori per me e per i miei fratellini. Era proprio grande la mamma, pensavo, mentre la guardavo lì seduta sull’erba con il viso ancora incipriato dalla pule del frumento. Quanto bene vedevo nei suoi occhi un po’ arrossati dalla polvere! Il nonno poi mi portava con lui al mulino, con il sacco di frumento e la carriola e, una volta a casa affondava le mani nella farina così bella bianca, lasciandola scivolare dicendo «quanta grazia di Dio!» Finalmente la raccolta era finita.

bimba cammina

Intanto l’estate continuava ed anche i proverbi delle zie “l’estate dei grandi colori corre dai monti alla valle, ci restano ormai pochi fiori. Scarseggiano i grilli e le farfalle…” Sì, a loro non mancavano mai le parole adatte alla stagione, e noi vivevamo in sintonia con le stagioni. Aspettavamo la sera per vedere le lucciole sotto il melograno. Nella penombra veniva fuori il grillo montanaro, che era il più grosso di tutti. Una volta trovato e preso, mentre usciva dalla sua casa buco, ecco che arrivava la poesia della zia

sono piccin cornuto e bruno, me ne sto tra l’erba e i fiori – sotto un giunco o sotto un pruno – la mia casa è da signor. Non è d’oro e non d’argento, ma rotonda e fonda ella è. Terra il letto e il pavimento – io mi albergo come un re. Se il fanciullo con il suo fuscello fuor mi trae dal mio manier – in un piccolo cestello io divento il suo piacer!

grilloE per finire… “Anche morto un re sarò. Il re bruno, il re piccino – fiori ed erbe avrà per vel. Ed avrà per baldacchino – sulla testa il roseo ciel”. Noi piccoli non eravamo mai stanchi di ascoltarla, anzi, ce la facevamo ripetere più volte per impararla a memoria. Beata fanciullezza… Direbbe qualcuno! Ma in fondo, non c’era una frase di Shakespeare che dice “noi siamo fatti della stessa materia con cui sono fatti i sogni”? E allora pensandoci bene non sarebbe bello riuscire a tenere in serbo sempre qualche manciata di sogni, per inzuccherare i giorni più amari?

Ma non stavamo parlando di stagioni? Sì, ecco c’era anche la sagra nel periodo estivo. Partivamo a gruppetti a piedi e via nei paesi vicini con il vestitino più bello, cucito a volte dalla mamma. Le sagra più importante era la fiera di San Lorenzo a Vo’ centro. Sentivamo di notte passare le persone chiamando a voce la mucca, la capretta o il vitellino. Venivano giù dai Colli, specialmente dal Monte Vendevolo e correvano per arrivare primi in piazza. Io, la più grande dei tre fratellini partivo a mano del nonno e arrivati nel campo fiera, seduti su di una riva si tirava fuori “el pan biscotto” e il cucchiaio, che serviva per mangiare la mezza anguria posata sulle ginocchia. Una cucchiaiata per me, una per il nonno. E mi sembrava di mandar giù cucchiaiate di felicità: «che buona, che buona».

anguria-nonno-bimba

C’era poi, sempre in estate, la Sagra dell’Assunta nel nostro paesetto. Un banco di pastine e caramelle e uno con l’insalata e le angurie… e non ci si aspettava di più! Il giorno dopo, l’Agnese Osta, padrona dell’osteria, mi chiamava per andare a raccogliere le cartine colorate di caramelle. Con quelle, ritagliate e ricoperte dei semi di zucca, riuscivo a fare dei fiorellini che mi divertivano tanto. E così nei giorni di vento correvo dietro alle cartine colorate, fantasticando al pensiero: «che bambino sarà quello che ha mangiato questa caramella con la cartina celeste, che sapeva di anice? …e queste rosse che sanno di fragola?». A noi la mamma, con la mancetta del papà, ci comperava una spumiglietta o un peverin, ma eravamo contenti e si saltava come capretti. Al pomeriggio c’era la Processione con la banda in testa e le campane che suonavano accompagnando la nostra allegria.

cicala-metamorfosi«Che cos’è questo rumore?» chiedeva alla mamma una bambina. «Ma è una cicala! Non lo senti?» le veniva risposto. Io non potevo capire che la cicala, che anche ora mi fa tanto contenta, quando arrivava veniva scambiata per un rumore… Van ben i tempi, han corso forse troppo, ma in fondo è sempre bella la vita, fino a che ci dà la possibilità di viverla e accorgersi volendo, che ci sa dare molto anche questa nuova estate che ci respira attorno con un caldo afoso, sotto un bel cielo azzurro e rinnovate speranze in cuore.

Gemma Bellotto

Foto di copertina di Stefania Montin